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Le donne di Abramo
(Rav Luciano Meir Caro)


Intendo leggere con voi il testo biblico da un'ottica ebraica, perché non posso farne a meno, ma allo stesso tempo anche da un'ottica laica. Noi ci avviciniamo al testo biblico, come a un testo che ci proviene da Dio, indirizzato a tutti gli uomini, dal quale si deve ricavare qualche insegnamento per la nostra vita, indipendentemente dalla collocazione religiosa di ognuno di noi. Inoltre bisogna imparare anche a tenere conto sempre degli aspetti oggettivi, scientifici della lettura del testo biblico, cioè non avere il para occhi ed essere condizionati dalla interpretazione religiosa, di qualsiasi fede sia. Insomma, si tratta davvero di imparare a vedere anche il testo biblico in una visione molto più ampia.
Un'altra brevissima osservazione che vorrei fare è che, come vedremo, i nostri personaggi, Abramo, Sara, e tutti gli altri, ci vengono presentati come esseri umani in carne ed ossa, con grandissimi pregi, degni del massimo rispetto e considerazione, ma anche con tutti i loro difetti. Direi che nel testo biblico c'è quasi un'attenzione di voler presentare i personaggi con molta severità, senza perdonargliene una.
Un testo talmudico dice che il Signore Dio si comporta con la massima tolleranza e misericordia verso la gente normale, ma non così verso le persone importanti, alle quali sembra non perdonare nulla.
Mi piace questo fatto di non avere eroi, semidei, o santi perfetti, ma persone normali che hanno saputo condurre una vita insegnandoci qualche cosa, ma senza mai dimenticare - anche perché gli faceva comodo - di essere uomini come tutti. Questo a cominciare da Noè.
Il testo biblico dice di Noè che era un uomo giusto e integro nelle sue generazioni. Cosa vuol dire? Nella sua generazione era il migliore, tant'è vero che Dio lo ha salvato, ma se lo volessimo giudicare coi parametri di Abramo, probabilmente finiva in un penitenziario, oppure se lo si giudicava coi parametri di Mosè o di altri, probabilmente finiva condannato a morte. Quindi nella sua società era il migliore, ma non idolatriamolo.

Torniamo al nostro Abramo. Sappiamo che lui è l'inventore del monoteismo e su questo ebrei, cristiani e mussulmani siamo completamente d'accordo. Ma questa cosa ci deve in qualche modo scandalizzare, nel senso che per noi è una questione assiomatica, ma quando Abramo diceva queste cose e proclamava l'inconsistenza materiale di Dio, la superiorità eccezionale di Dio, tutte le sue qualità positive, probabilmente era considerato un matto. E la gente gli dava ascolto in qualche modo, solo perché era un uomo ricco, ma se fosse stato un poveraccio, l'avrebbero tolto di mezzo.
Detto questo ci dobbiamo soffermare su Abramo e il suo rapporto con le donne. Il testo ci dice che Abramo ha sposato una signora chiamata Sarài, alla quale poi è stato dato il nome di Sara.
Il cambiare il nome alle persone è una cosa caratteristica del testo biblico, allorché si vuole sottolineare che da un certo momento in poi Dio ha dato alle persone un nome nuovo, cambiandone la personalità. E questo lo vediamo in molti casi: Abram diventa Abramo; Sarài diventa Sara; Yakov diventa Israèl, ecc.
Il testo ci fa capire che Sarài era una lontana parente di Abramo, ma la cosa era frequente non scandalizzava. Ci sono vari episodi in cui il testo biblico ci racconta del rapporto di Abramo con Sara e dobbiamo dire che molti di questi episodi non sono positivi e a favore di Abramo, ma ne esce un personaggio che lascia a desiderare.
Per es. si racconta che Abramo, originario della Mesopotamia, si era trasferito in un paese straniero, diremmo oggi in un paese siriano, Harràn e qui Abramo riceve la chiamata da Dio, di andare nella terra che Lui gli avrebbe mostrato e che poi impareremo essere la terra di Canaan, cioè quella striscia di territorio che si trova tra il Mediterraneo e il fiume Giordano.
Mentre dimorava in quella terra, come pastore, con grandi greggi e ricchezze, viene una carestia, che costringe Abramo a scendere in Egitto e abitare là (Gen 12, 10 ss.). L'Egitto, ricco di acqua, non soffre la carestia. Ma è interessante fare attenzione al testo, perché, se leggiamo bene, è detto che Abramo scende in Egitto per abitarci. Ma come? Dio gli aveva promesso la terra di Canaan, come terra destinata a lui e alla sua discendenza e lui decide di andare ad abitare altrove? Perché questo? Perché vuole salvare il suo patrimonio. Se fosse stato un uomo di fede completa e totale, avrebbe accettato la carestia e la siccità, avrebbe accettato di perdere anche i greggi e di diventare povero, pur di obbedire alla chiamata di Dio, che gli aveva chiesto di dimorare in Canaan.
Penso che queste cose siano importanti, perché Abramo era un uomo come noi. Ma andiamo avanti. Il testo ci dice che quando Abramo era ormai vicino all'Egitto, si rivolge a sua moglie dicendole che lui era consapevole della bellezza di lei. Ma come? Se ne accorge solo adesso? Glielo dice solo adesso, dopo tutto il cammino fatto insieme?
Mi raccomando, leggete questo testo non con l'intenzione di leggere un testo sacro, ma per leggere in esso la nostra storia.
Ebbene, Abramo, suggerisce a Sarài di dire agli Egiziani che lei non è sua moglie, ma sua sorella, perché così gliene verrà del bene. Sapeva che, vedendola così bella, gli Egiziani avrebbero voluto togliere di mezzo lui, in quanto suo marito, per poterla avere per loro. Così avviene: Sarài viene presa per entrare nell'harem del faraone. In cambio vengono date ad Abram ricchezze. Allora vedete cosa interessava ad Abramo? A questo punto interviene Dio, colpendo faraone e la sua casa con piaghe e malattie. Faraone fa chiamare Abramo e lo rimprovera; gli restituisce la moglie e lo manda fuori dall'Egitto.
Così si capisce anche che Abramo aveva dei pregiudizi verso gli Egiziani, che invece si comportano in modo esattamente contrario, perché appena si accorge che Sarài era una donna sposata, la vuole rimandare. In più faraone non si vendica nemmeno di Abramo; anzi lo rimanda con regali.
In tutto questo Sarài è assolutamente passiva; subisce tutto e non dice nulla, né al marito, né a faraone.
Ma andiamo avanti nel racconto. A un certo punto viene detto che Sarài aveva una schiava egiziana (Gen 16, 1 ss.) poiché lei non riusciva ad avere figli, chiede ad Abramo di unirsi alla schiava, perché da lei abbia un figlio. Il ragionamento di Sara è il seguente: siccome la schiava è mia, tutto quello che appartiene alla schiava è mio e quindi anche il figlio della schiava è mio. Abramo dette ascolto alle parole di sua moglie e si unisce con Agàr,la schiava egiziana, che diventa anch'essa moglie di Abramo. Ma quando la schiava si accorge di essere incinta, per lei la sua padrona non conta più nulla; il testo, alla lettera, dice che Sarài diventò ai suoi occhi più leggera.
Allora Sarài dichiara di essere arrabbiata con Abramo. Cosa fa Abramo? Consegna la schiava nelle mani di Sarài, che si sfoga contro Agàr, trattandola tanto male da farla scappare via. La trova l'angelo del Signore nel deserto e la invita a umiliarsi tornando dalla sua padrona. Ma vi piace questo Abramo? Pensate al dramma di questa donna, alla sua situazione. Ma Dio promette ad Agar una discendenza (Gen 16, 11-12) e nasce Ismaele. Nome bellissimo, questo, dal verbo shamà, ascoltare. Abramo non l'ha ascoltata, tanto meno Sara, ma Dio sì.

In seguito nascerà anche Isacco da Abramo e Sara. Ma in casa coabitavano le due mogli con Abramo e i due figli e Sarai si accorge che il figlio della schiava prende in giro suo figlio Isacco. E allora di nuovo chiede ad Abramo di cacciare via di casa la schiava e il figlio, perché non deve avere l'eredità insieme con suo figlio. Abramo, ancora una volta, segue le parole di Sara, anche confermato da Dio stesso (Gen 21, 12). Agar si inoltra nel deserto, dove viene soccorsa, ancora una volta, da un angelo del Signore. Così il ragazzo cresce e lei gli trova una moglie in Egitto. Questo elemento dell'Egitto è importante, perché racchiude tutta la storia di Abramo. Ed è interessante anche notare che è la madre che cerca una moglie per il figlio.
Da questo punto, per un bel po' di tempo, il testo biblico non ci parla più né di Sara né di Agar.
Però quello che voglio sottolineare è che innegabilmente emergono degli aspetti di Abramo, il grande patriarca, che lo mettono in cattiva luce. Il testo ci fa intuire che in tutto questo si stava realizzando un piano divino. La Bibbia ci insegna, appunto, che ognuno di noi fa delle cose belle o brutte, per le quali saremo o premiati o puniti, ma non ci rendiamo conto che siamo contestualmente degli strumenti nelle mani di Dio, che ha dei piani di più ampio respiro.
Vado avanti ancora nel testo. Dopo l'episodio del sacrificio di Isacco, il testo biblico ci dice che Sara morì, a 127 anni, nella terra di Canaan, a Ebron (Gen 23, 1). Il testo dice che Abramo venne a fare il lutto per sua moglie Sara. Ancora oggi c'è l'usanza di fare un discorso alla morte di una persona cara.
Anche Abramo celebra l'orazione funebre per sua moglie e la piange. Nel testo ebraico la parola "fare il lamento" è scritta in un modo particolare, con la caf scritta più piccola. Se non fosse così, il testo non sarebbe considerato autentico, originale.
Perché questo "piangerla" è scritto con una lettera più piccola delle altre? I nostri maestri dicono che l'intenzione di Abramo non era sincera: cioè non piangeva per la morte della moglie, ma perché voleva comprare un pezzo di terra. In più scopriamo dal testo che poco dopo Abramo si risposa (Gen 25, 1). Prese un'altra donna, che si chiamava Keturà. Questa donna gli partorisce 6 figli. Tutto questo all'età di 137 anni! Probabilmente questa donna era sua moglie già prima.
Qualcuno dice che Keturà era un altro nome di Agàr. Alla morte di Sara, Abramo manda a prendere di uovo Agàr. I maestri dicono che il nome Keturà viene da ketoret, cioè incenso; questa donna era un profumo gradito a Dio, perché in mezzo a tutte le vicende della sua vita, è rimasta fedele al suo uomo. Infatti qualcuno dice che il nome deriva da una radice semitica che vuol dire "legata". Legata nel senso che rimase fedele ad Abramo sempre, o addirittura legata in senso fisico; aveva chiuso il suo organo sessuale, perché non voleva avere rapporti con nessun altro, fuori che suo marito.
Il testo poi ci dice che dai figli di Keturà nacquero altri figli, fra i quali possiamo individuare dei nomi interessanti, perché si parla di Medianiti, ecc. tutte popolazioni che abitavano all'intorno. In altre parole la Torah vuole dirci che si è realizzato il piano di Dio originario, secondo il quale da Abramo avrebbero dovuto avere origine molte nazioni.
Immaginiamo che Abramo abbia avuto tre mogli. Sara era di origine semitica. Agàr, egiziana, era di origine camitica. Keturà potrebbe essere stata di origine indo-europea. Quindi tutte le tre grandi famiglie, che costituiscono l'umanità, in qualche modo hanno origine da Abramo.
Torniamo a Genesi 25. Il testo dice che Abramo diede tutti i suoi beni a Isacco, mentre ai figli delle concubine diede dei regali e li mandò lontano dal proprio figlio Isacco.
Qui saltano fuori anche le concubine!
Voglio finire raccontandovi un'interpretazione, per dirvi come noi dal testo biblico cerchiamo di ricavare insegnamenti che col testo biblico non centrano niente.
In Genesi 25, 12 ss. vediamo i discendenti di Ismaele, che sono tutti capostipiti di tribù beduine di tutto il Medio Oriente. Sono tutti parenti nostri! Quindi è inutile che stiamo a litigare! Siamo tutti figli di Abramo; discendenti di Sem, di Cam, di Iafet. Quand'è che ci rendiamo conto di questo fatto? Sarebbe anche ora, dopo due, tremila anni!
Un'altra curiosità. Ci si domanda che cosa possa servirci sentire tutti questi nomi di tribù beduine, di cui non sappiamo quasi niente? Se la Torah faceva a meno di dirli, per me era lo stesso. Però se ci sono, un senso ce l'hanno.
Nel 1200 il grande Maimonide, scienziato, medico personale del califfo d'Egitto, rappresentante del mondo ebraico del bacino del Mediterraneo, filosofo, ecc. riceveva tutti gli esponenti del mondo ebraico di allora. Una delle sue opere è la cosiddetta "Epistola dello Yemen". Gli Ebrei dello Yemen gli inviano una lettera, in cui dicono di essere sottoposti a un ultimatum terribile da parte dei musulmani: o la conversione o la morte. In tre mesi devono decidere. Maimonide si rende conto che la sorte di questa gente dipende da lui, perché sapeva che avrebbero fatto quello che lui gli avrebbe detto. Il suggerimento fu quello di provare in tutti i modi possibili a venir fuori da quella situazione: la fuga, la corruzione, le amicizie. Se niente riesce, allora suggerisce di convertirsi all'Islam, con la clausola, però, di venirne via appena possibile. Poi dice di tener conto dell'insegnamento della Torah, dove dice che c'erano tre figli di Ismaele, chiamati Mishmà, Dumà e Massà. Mishmà viene da shamà, ascolare; dumà viene da silenzio; massà significa sopportare. In pratica dice: state ad ascoltare, cercate di capire, tacete e sopportate. Poi Dio in qualche modo interverrà. Quindi questi tre nomi vengono usati come invito a comportarsi in un determinato modo. Come se questa situazione fosse già adombrata nella Torah.

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