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Il patto di Dio con Abramo in Genesi 15
(Rav Luciano Meir Caro)


  In questa breve conferenza cercheremo di affrontare il tema molto particolare e interessante del patto tra Dio e Abramo, così come lo troviamo nel cap. 15 del libro della Genesi. In termine tecnico, noi ebrei chiamiamo questa alleanza col nome di "patto tra i pezzi", proprio in riferimento al racconto biblico di Genesi 15. Dal nostro punto di vista, il momento della storia di Abramo che qui ci viene presentato, è molto significativo per quello che gli sarebbe capitato in seguito. Molte delle implicazioni della nostra tradizione derivano da questo intervento di Dio nei confronti di Abramo.
  Come sempre, però,  io vorrei porre una prima considerazione preliminare: il mio intento non è tanto quello di insegnare delle cose, quanto piuttosto di dare dei suggerimenti e di invogliare ad avvicinare il testo biblico in modo più serio e approfondito.
Inoltre desidero sottolineare che la chiave di lettura ebraica del testo biblico, in particolare del Pentateuco e forse ancor più del libro della Genesi, non è di tipo storico; cioè a noi non importa sapere se ciò che è scritto ha valore storico. Per es: Abramo è vissuto davvero? Noi non abbiamo il certificato di nascita di Abramo, non sappiamo niente; quindi teoricamente potrebbe anche non essere esistito, come potrebbe non essere esistito Adamo, Noè, Mosè, Davide e andando avanti, lo stesso Gesù.
Noi non vogliamo affrontare un discorso storico, lo ripeto. Ma tutte le storie presenti nella Bibbia vogliono insegnarci qualche cosa. Noi, con un linguaggio plastico, adoperiamo questa espressione: "i fatti riguardanti i padri, i patriarchi, sono un segnale per i figli". Cioè c'è una continuità storica: tutto quello che è successo ad Abramo, a Davide, ecc. contiene in sé un germe, che poi si è sviluppato successivamente; noi siamo i continuatori della storia passata, indipendentemente dal fatto che quella storia abbia valore storico. Non ha importanza: anche se non c'è valore storico, noi ci riconosciamo in quel racconto. Quindi quando ci vengono presentati dei racconti biblici, più che la cronaca del fatto a noi interessa cosa ne possiamo ricavare.
  Fermiamoci allora brevemente sul capitolo 15 della Genesi. Non sto a tradurvelo tutto. Dunque ci viene detto che Dio trasmette delle cose ad Abramo in una visione. Non c'è stato un rapporto diretto, personale con Dio, ma Abramo ha avuto una visione.
Dio si rivolge ad Abramo dicendo: "Non temere, Abramo, io sono uno scudo per te e il tuo premio sarà molto grande". E già qui ci sarebbe una quantità di difficoltà. Di che cosa non doveva temere, Abramo? Non abbiamo nessuna idea di che cosa avrebbe dovuto temere Abramo. A meno che non facciamo riferimento ai capitoli precedenti, dove si sta parlando di una guerricciola avvenuta tra coalizioni locali; Abramo aveva partecipato per andare a liberare il nipote Lot, che era stato catturato. Può anche darsi che il suo timore fosse questo: essendo tra i vincitori, avrebbe potuto subire un contrattacco da parte degli sconfitti. Ma quello che sto dicendo è assolutamente ipotetico.
Alle parole di Dio, Abramo risponde così: "Che cosa mi darai, mentre io sono solo e chi si occupa della mia casa è Eliezer di Damasco?". Abramo non aveva figli e chi si occupava della sua casa era un damasceno, per cui - lui pensava - l'eventuale premio che avrebbe ricevuto da Dio, sarebbe andato a un estraneo. Voglio farvi notare questo: attenzione, perché il testo biblico gioca spesso con noi, nel senso che cerca di sollecitare la nostra attenzione su determinati argomenti. Per es. in questo caso viene citato questo Eliezer di Damasco. E anche nel capitolo precedente è citata la città di Damasco (Gen 14, 15). Io noto solo la cosa, ma non do soluzioni.
Abramo continua, dicendo a Dio: "Ecco, non mi hai dato una discendenza e un frequentatore della mia casa sarà l'erede delle mie cose". C'è una punta di risentimento nelle parole di Abramo. Ma la risposta dell'Eterno è questa: "Costui non erediterà le tue cose, ma un tale che uscirà dalle tue viscere erediterà le tue cose".
Poi la visione continua così: "Lo portò fuori"; probabilmente erano sotto una tenda, o ancor più probabile è che Abramo stesse dormendo. Notiamo ancora questa cosa; solo Mosè parlava faccia a faccia con Dio, mentre per gli altri patriarchi le cose erano diverse, perché avevano visioni, per cui, alla fine, potevano sempre rimanere col dubbio che quello che avevano visto fosse vero o no.
Bene, continuiamo a leggere il testo. "Dio lo portò fuori e gli disse: Guarda il cielo e conta le stelle, se potrai contarle. E gli disse: Così sarà la tua discendenza". Qui c'è una frase quasi incomprensibile: "Abramo ebbe fiducia in Dio e Dio gliela considerò un atto di giustizia". E' tradotto così, ma io sono quasi sicuro di aver tradotto male, perché non è chiaro chi è il soggetto. Abramo ha fiducia, crede in Dio che gli ha detto queste cose. E chi è che considerò un atto di giustizia? Chi è il soggetto? E' Dio che attribuisce alla fede di Abramo un elemento di giustizia, perché crede in una promessa di Dio fatta mentre sta dormendo e mentre è vecchio? Oppure è Abramo che considera un atto di giustizia le cose che Dio gli ha detto? Quasi che Abramo pensi di meritarselo, come compensazione di altre cose.
La traduzione è sempre una trappola. Davvero bisogna tradurre con 'credere'?
Il credere è un retaggio della nostra tradizione, perché il concetto dell'aver fede nel mondo biblico non esiste. Più che di fede, forse si può parlare di certezza, quando troviamo il termine 'emunà' o 'amen', che deriva dalla parola 'em', che vuol dire 'madre'. Cioè qual è il tipo di atteggiamento che noi abbiamo nei confronti di nostra madre? Sembra sciocco dire di aver fede nella madre. Piuttosto si tratta di un complesso di sentimenti, di sensazioni, che l'essere umano normale ha nei confronti della madre. Non possiamo chiamarlo fede e nemmeno fiducia; è una cosa connaturata. Un sentimento di fiducia completa. Posso anche sapere che mia madre è una delinquente, un'assassina, però, in quanto mia madre, io su di lei posso contare in maniera completa. Definire questo come fede, è riduttivo.
E poi il termine 'atto di giustizia': sì, viene da una radice che vuol dire 'giustizia', ma è questo che vuol dire? Come possiamo pensare che Abramo non credesse a quello che Dio gli ha detto e che Dio consideri meritorio il fatto che Abramo abbia creduto in Lui. Insomma, queste cose vanno lette con molta attenzione.
Ma non è finito. E' sempre Dio che parla: "Io sono l'Eterno che ti ha tirato fuori da Ur della Caldea per darti questa terra in possesso" e Abramo disse: "Signore Dio, in che modo saprò che la possederò?". Altra frasetta che ci lascia interdetti; sembra che Abramo esprima un dubbio. Non sono sicuro, ma sembra così. Era questa la domanda di Abramo, oppure vuol significare un'altra cosa?
Ma andiamo avanti. "Allora Dio gli disse: Prendi una giovenca di tre anni (oppure 'tre giovenche'; anche qui non è chiaro), un capretto di tre anni e un montone di tre, una tortora e un altro tipo di uccello (non bene identificato)". Abramo prese tutte queste cose e "le tagliò in mezzo e mise ogni metà di fronte all'altra metà". Però l'uccello non lo divise. Poi il testo dice che scese dal cielo un uccello rapace sopra i cadaveri di questi animali e Abramo lo mandò via.
"Mentre il sole tramontava una sonnolenza scese su Abramo ed ecco un timore di grande buio cadde su di lui". E Dio disse ad Abramo: "Devi sapere che la tua discendenza sarà straniera in una terra che non gli appartiene, li asserviranno e li tortureranno per 400 anni". Gli sta annunciando la schiavitù in Egitto. Ancora: "La nazione che loro serviranno io la giudico, dopo di ché usciranno da quella terra con grande ricchezza. E tu ti recherai dia tuoi padri in pace e sarai seppellito in buona vecchiaia". Recarsi dai padri vuol dire morire. "E la quarta generazione torneranno qui, poiché non è completo il peccato degli Amorrei fino a quel momento".
Qui c'è il concetto storico del testo biblico, non so se vi è chiaro. Il testo biblico ragiona in questi termini: Dio ha destinato quella terra - che era chiamata terra degli Amorrei, che anticamente si chiamava terra di Canaan - agli Ebrei, ma questa terra è abitata dagli Amorrei, che devono, perciò, essere sbattuti fuori per lasciare il posto agli Ebrei. Ma sono cacciati via come punizione del loro peccato; il ragionamento è che una popolazione sta in una terra finché se lo merita, poi viene mandata via e subentra un'altra popolazione.
Dunque Dio dice ad Abramo che la sua discendenza tornerà in questa terra dopo quattro generazioni; non hanno il diritto di tornarci prima, perché il peccato fatto dagli Amorrei, che causerà la loro espulsione, non è ancora completo. Quasi a sottolineare che se loro si convertiranno e smetteranno di comportarsi male, potranno rimanere in quella terra; questo è il concetto dell'esilio che, nella mentalità biblica, è la punizione peggiore che possa capitare a un essere umano. La disgrazia peggiore non è la morte, ma l'esilio, perché significa essere sradicati dalla propria cultura, lingua, tutto.
Il testo va avanti così: il sole sta per tramontare, c'è una grande fuliggine "Ed ecco, c'era un forno fumante e una fiamma di fuoco che passò tra i pezzi degli animali". Dunque c'è oscurità, nebbia e fuoco. "In questo giorno l'Eterno stipulò con Abramo un patto dicendo: Alla tua discendenza darò questa terra dal fiume d'Egitto fino al grande fiume, l'Eufrate". Tutti gli interpreti sono concordi nel pensare che con l'espressione 'fiume d'Egitto' non si intendesse il Nilo, ma un fiumiciattolo che si chiama ancora oggi 'il torrente egiziano' e che sembra segnasse il confine tra la terra d'Israele e l'Egitto e scorre vicino a Gaza.
Continua indicando tutta una serie di popolazioni che occupavano il territorio. E qui finisce la faccenda.
  Questa profezia è di difficilissima interpretazione, anche perché non si capisce se Dio si riferisca ai discendenti stretti di Abramo o anche ai discendenti in senso lati, quindi anche i discendenti di Ismaele, gli Arabi. Io non lo, ma non ne farei assolutamente un discorso di carattere politico.
  Cerchiamo di capire il testo.
Intanto chiediamoci cosa vuol dire patto. Il patto è fatto da due enti, due istituzioni, che si accordano tra di loro. Orbene qui c'è Dio che si impegna in determinate cose nei confronti di Abramo, ma Abramo che impegni ha preso? Che razza di patto è questo, quando c'è una parte che offre qualcosa e l'altra sta zitta e non solo, ma manifesta anche certi dubbi.
Vorrei fare un discorso generale. Questa faccenda del patto nel testo biblico ricorre decine di volte. C'è stata una serie di patti che avvengono o tra esseri omologhi, due persone, due popoli; oppure, come in questo caso, un patto molto squilibrato, dove da una parte c'è un essere umano o una nazione e dall'altra parte c'è Dio. Caso mai questa sarebbe una promessa.
Il primo patto di cui si parla nella Bibbia, non è chiamato 'patto', ma tutto lascia pensare che lo fosse ed è una specie di patto stipulato da Dio con Adamo, in cui egli riceve determinate promesse da parte di Dio, mentre lui assume determinati impegni. Per esempio Dio dichiara che ci sarebbero state le stagioni, alternatesi in funzione del bene dell'uomo.
Un patto più preciso è avvenuto con Noè. Vi ricordate l'arcobaleno? Dio si impegna con Noè a non distruggere più l'umanità mediante l'acqua. Ma anche qui rimaniamo un po' confusi. Quale patto? E' Dio che si impegna, ma non Noè. E Noè aveva fede? Ha costruito l'arca per fede?
E poi nel testo biblico non si parla mai di persone che non hanno fede; tutti credono in una loro divinità. Attenzione bene: l'ateismo non esiste nella Bibbia.
Poi, oltre a questo di Genesi 15, ci sono ulteriori patti che Dio farà con Abramo. Anche con Mosè Dio stabilisce  dei patti; per esempio i dieci comandamenti sono chiamati 'le tavole del patto', perché si tratta di una specie di patto stipulato da Dio col popolo di Israele.
L'aròn, la cassetta che conteneva le tavole della Legge, si chiamava proprio 'aròn habberìt', cioè la 'cassetta del patto'. Anche il testo della Torah o una parte di esso è chiamato 'Libro del patto'.
E a un certo punto si racconta che Mosè ha proposto questo libro al popolo ebraico e il popolo abbia detto: "Sì, tutto quello che Dio ci ha detto, noi lo faremo e ascolteremo". In questo caso c'è stata un'accettazione del patto, ma in altri casi non si riesce a riscontrare un'accettazione della proposta.
  Gli studiosi cercano di capire quale sia l'origine etimologica della parola 'berit', in modo da coglierne meglio il significato. Studiando le lingue semitiche, sembra che questo termine evochi una radice antica che vuol dire 'legame'. Oppure secondo qualcuno bisogna risalire all'espressione ebraica 'bar', ricorrente nel testo biblico, che può voler dire 'figlio', ma questo piuttosto in aramaico, ma più spesso vuol dire 'cibo'. E cosa centra il cibo o il figlio con il patto? Sì, tra padre e figlio c'è una specie di legame, un collegamento. Si può dire anche questo: nell'antichità, di solito, il patto veniva stipulato nel contesto di un pasto in comune. Il mangiare insieme sottolineava la vicinanza tra i due contraenti.
C'è un'altra parola dalla quale forse ha origine il termine berìt e questa parola ha il significato di 'tagliare'. Anche nel latino c'è l'espressione 'icere foedus', cioè 'stipulare in patto', ma alla lettera sarebbe appunto 'tagliare un patto'. Per fare un patto gli antichi o mangiavano insieme o facevano degli atti simbolici e qualche volta tagliavano qualche cosa. Ad es. i contraenti prendevano un animale, lo dividevano in due e passavano in mezzo; forse volevano intendere che si auguravano di essere sventrati, tagliati come quell'animale, nel caso di inadempienza del patto.
  Ora io non so se questa parola berìt viene dal cibo, dal legame o dal taglio; sono tutte ipotesi. Pensate che la stessa uscita dall'Egitto, nel testo biblico, è considerata non come una grazia, ma come l'adempimento di una promessa, di un patto sancito da Dio col suo popolo.
  Nel testo biblico ci sono altri patti. Il patto di sacerdozio, col quale Dio stabilisce un patto coi discendenti di Aronne, per il quale i suoi discendenti avranno il compito del sacerdozio. C'è poi un sacerdote particolare, Pinchas, col quale Dio stabilisce un 'patto di sacerdozio eterno': in eterno i discendenti di Pinchas dovranno esercitare il sacerdote.
C'è anche un 'patto del re': Davide ha ricevuto da Dio la promessa che i suoi discendenti avranno il diritto di essere re su Israele.
  Un elemento ricorrente nella stipulazione dei patti nel mondo biblico era questo: per stipulare un patto i due contraenti o mangiavano insieme o prendevano un elemento fisico esterno a loro e questo elemento diventava per loro il segno del patto. Come l'arcobaleno nel patto di Dio con Noè.
Per es. Abramo e Abìmelech prendono sette pecore, che diventano il simbolo del patto sancito tra loro. Da qui il nome Beèr Sheva, cioè il 'pozzo delle sette'. Così anche Giacobbe e Labano, che stipulano un patto di non aggressione reciproca e prendono una pietra, che pongono come confine da non oltrepassare.   Per tornare ad Abramo, troviamo un patto successivo tra lui e Dio ed è quello della circoncisione: Abramo si doveva impegnare a riconoscere l'esistenza di un Dio unico e di trasmetterla ai suoi discendenti e quindi di non praticare l'idolatria, il paganesimo; mentre Dio si impegna a far sì che sia ribadito il diritto dei discendenti di Abramo sulla terra di Canaan e che i suoi discendenti non cesseranno mai di esistere: ci sarà sempre qualcuno che potrà dire: "Io sono discendente di Abramo". Il segno di questo patto è la circoncisione, che Abramo pratica su se stesso e sui suoi figli e che continua ancora oggi e noi la chiamiamo proprio berìt.
  Tornando all'affermazione iniziale, secondo la quale le cose capitate ai padri presagiscono il futuro dei figli, qualcuno dice, con un po' di fantasia, che gli animali divisi nel caso del patto di Dio con Abramo, richiamano il mar Rosso diviso: cioè i discendenti di Abramo passeranno attraverso il mare diviso in due parti davanti a loro.
Attenzione, ancora una proposta. Questa torcia di fuoco e questa caligine che passano in mezzo agli animali divisi, fanno venire in mente la colonna di fuoco che guida gli Ebrei nel deserto di notte e la colonne di nube che li guida durante il giorno. Secondo qualcuno questo brano di Genesi 15 è un po' una pre-visione di quello che sarebbe accaduto in seguito.
  Comunque tutti gli studiosi sono concordi nell'affermare che questo capitolo di Genesi è pieno di misteri. Noi possiamo formulare delle ipotesi, ma non abbiamo certezze; rimangono cose che non riusciamo a capire.
  Il grande Rashì, grandissimo commentatore del testo biblico, vissuto nell' XI secolo dell'Era volgare,
si chiede cosa voglia dire quella domanda che Abramo fa a Dio all'inizio: "Come faccio a sapere che possederò la terra?". Sarebbe importante riuscire a capire la parola chiave del testo, cioè una parolina che ritorna spesso. Qui troviamo: "In che cosa conoscerò…" e alla fine Dio dice: "Sapere saprai..". Il conoscere qui è fondamentale. E tenete bene a mente che conoscere in senso biblico non è essere messi al corrente di una cosa, ma penetrare in quella cosa. Ricordate Adamo che conosce sua moglie? E' una conoscenza di contatto carnale che porta alla generazione.
Sembra che Abramo cerchi di compenetrare nelle parole che Dio gli dice, nei concetti. Non dimenticate che Abramo era caldeo, cioè viveva nell'attuale Iraq; di lì si trasferisce in Carràn, nell'attuale Siria, dopo di ché viene invitato ad andare in quella terra che sarà sua, come dice Dio. Per Abramo la domanda è cercare di capire cosa sia questa terra che gli viene promessa. Non è un conoscere, ma un comprendere, un compenetrare.
La domanda di cui si occupa Rashì nel suo commento è se c'era da parte di Abramo un atteggiamento dubbioso, o è provocatoria la sua domanda, quasi di critica nei confronti di Dio? Rashì dice che secondo lui la domanda di Abramo è questa: "Ma che merito ho io e avranno i miei discendenti per avere quella terra?". Non dovete accettarla, ma dovete cercare di capire qual è il principio che sta alla base della domanda. Rashì afferma che la risposta di Dio sia questa: avrai la terra per merito del culto sacrificale, cioè gli animali divisi.
  Qui entriamo in un discorso molto molto difficile. Allora, la Bibbia stabilisce che noi dobbiamo prestar culto a Dio mediante il culto sacrificio e questo ripugna proprio noi uomini del XXI secolo. Come facciamo a pensare che se uccidiamo un animale, seguendo certe modalità, Dio è contento. Questo è un atteggiamento razionale. Invece secondo la visione biblica è proprio questo culto a dare agli Ebrei il diritto di possedere quella terra. Nel sacrificare degli animali, che è un atto barbaro, cosa c'è di divino? Alcuni dicono che queste sono domande che non dobbiamo porci; Dio chiede di fare certe cose e bisogna farle, senza chiedersi se sono alla moda o no, senza considerare se ci ripugnano o no.
Sacrificare a Dio degli animali significa sacrificare una parte importante delle nostre ricchezze, perché gli animali in antico erano la più grande ricchezza. Poi, il sacrificio di animali aveva anche una funzione sociale, perché c'erano le parti destinate ai poveri, ai sacerdoti, ecc. Inoltre in questo c'è un atteggiamento di grande rispetto per gli animali, cosa che noi abbiamo perduto.
  Pensate che, riportandosi alla Genesi, c'è un passo difficilissimo, che dice che Dio prese l'uomo e lo mise nel giardino dell'Eden per lavorarlo e custodirlo. E noi rimaniamo scandalizzati, perché troviamo la parola 'giardino' maschile, mentre i due verbi sono al femminile; alla lettera dovremmo tradurre: Dio mise Adamo nel giardino per lavorarla e custodirla. Come, Mosè non sapeva la grammatica? Inoltre, se ricordate bene, il lavoro è stato istituito da Dio come una punizione, dopo la cacciata dell'uomo dall'Eden; nel giardino non dovevano fare proprio niente.
Allora cosa doveva fare Adamo? I nostri maestri dicono che quei due verbi significano dare culto a Dio e osservare, quasi a sottolineare che il compito che Dio ha stabilito per l'uomo posto nel giardino era di mettere in pratica, osservare i precetti di Dio e pensare a una forma di culto divino; dove stare nel giardino ad adorare Dio e a osservarne i precetti. E come forma di culto è previsto il culto sacrificale.
Facendo un passo avanti, voi sapete che nella tradizione ebraica il culto sacrificale non esiste più, ma l'abbiamo sostituito con le preghiere. Al posto dei sacrifici quotidiani, recitiamo le preghiere quotidiane. Perciò ora è la preghiera il nostro merito, per il quale abbiamo diritto alla terra.
  Alcuni autori interpretano gli animali citati in questo passo di Genesi come le varie fasi della storia; la giovenca, la capra, il montone, gli uccelli, che sembrano animali domestici, che vengono attaccati da animali rapaci che scendono dal cielo per mangiarseli. Tradotto in termini storici potrebbe voler significare l'esistenza di popolazioni pacifiche, domestiche, sottoposte a tentativi di aggressione da parte di nazioni rapaci e bisogna che Abramo le cacci via. Come? Mediante l'insegnamento, la diffusione dei precetti divini.
Qualcun altro fa questioni di numeri. Perché animale triplicato, o di tre anni? Insomma, non ne usciamo più fuori.    Vediamo, quindi, che non riusciamo a capire. Non dobbiamo mai avere la presunzione di aver capito tutto, ma sempre rimanere aperti ad ulteriori approfondimenti.


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