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GIOBBE NELLA TEMPESTA
(rav Luciano Caro)


Sono molto imbarazzato a parlare del libro di Giobbe, perché credo che sia il libro più difficile della Bibbia,anche solo per riuscire a tradurlo. Vi proporrò alcune considerazioni di carattere generale, lasciandovi sempre l'invito di leggere il testo da soli, tenendo presente, però, che non sempre le traduzioni riescono a rendere il senso del testo originale, soprattutto per quanto riguarda le singole espressioni. Questo testo fa parte della cosiddetta letteratura sapienziale, cioè scritti in cui vengono presentate delle considerazioni e problematiche di carattere elevato; insieme a Giobbe troviamo anche il libro dei Proverbi e del Qohelet.
Questo libro non è specificatamente ebraico ed è molto difficile trovarvi dei riferimenti all'ebraismo; anche i nomi sembra non abbiano niente di ebraico. La vicenda narrata non avviene in ambiente ebraico: si parla di un certo Iiòv, Giobbe, che abitava nella terra di Uz, che forse non esiste e al quale capitano una quantità di vicende negative. Il tutto al di fuori dell'ambiente ebraico forse anche perché si vogliono proporre delle problematiche al di fuori di qualsiasi indicazione di carattere nazionale religioso. Questo libro starebbe benissimo anche al di fuori della Bibbia ebraica, in una qualsiasi raccolta di testi per la nostra promozione spirituale.
I vari critici sostengono che il libro di Giobbe potrebbe anche essere riferito a un filone letterario di cui troviamo riferimento in Egitto, in Mesopotamia e perfino in India; pare ci siano opere letterarie che si pongono in un ottica simile. La problematica del libro è quella dalla quale non si esce e che nella tradizione ebraica viene chiamata "il giusto che ha del male"; cioè come si spiega che un giusto debba soffrire. Secondo me e secondo il libro questo problema non ha via di uscita. Quante volte noi trasciniamo Dio nelle nostre controversie: "Se Dio ci fosse, perché permetterebbe certe cose? Perché i malvagi se la passano bene e i giusti sono sottoposti a disgrazie?".
Sapete che nel testo della Bibbia ebraica ci sono le parole scritte solo con le consonanti e poi successivamente sono state inserite le consonanti e in seguito ancora i cosiddetti neumi, che sono dei segnetti grafici che hanno la triplice funzione di indicare l'accento tonico della parola, la causalità del versetto e l'elemento musicale, perché il testo biblico viene usato nella liturgia con una specie di cantillazione. Quindi questi segni, taammim, cioè sapori, sono molto importanti, perché danno sapore alle parole. Questi segnetti hanno la stessa valenza per tutti i libri biblici, tranne tre: Giobbe, Proverbi e Salmi, nei quali i taammìm non hanno lo stesso significato che negli altri libri. In questi casi, essi vengono chiamati taamè emèt, perché emèt  è l'acronimo di questi tre libri. C'è sicuramente un criterio per la valenza dei segnetti, ma ancora non lo si è scoperto; probabilmente i maestri seguivano dei parametri che a noi sfuggono. Questi libri, rispetto agli altri, hanno delle frasi più brevi; non è un discorso indifferente, perché, nell'ambito dell'interpretazione biblica, è molto importante sapere dove cade la pausa di un ver-setto, per capire il significato che esso ha. Un'esemplificazione rapidissima seguendo Genesi 1, 1: "In principio Dio creò il cielo e la terra". Tutte le traduzioni mettono un punto; ma si potrebbe leggere anche in modo diverso. Una interpretazione dice di non tener conto di questi segnetti, ma leggerli secondo un altro e l'altro ritmo potrebbe essere che quella interruzione che interrompe il secondo versetto sia artifi-ciale e si potrebbe leggere: "All'inizio del creare da parte di Dio il cielo e la terra", con una virgola e non un punto! "la terra era informe"; quindi non ci darebbe una visione della creazione dell'universo - Dio prima fa il cielo e la terra e poi fa tutto il resto, così come sembrerebbe dalla lettura - ma ci calerebbe già in un momento molto avanzato. Dio ha fatto già tutto quello che voleva fare e sono fatti suoi e non ci ha voluto raccontare perché, ma allorché creò il cielo e la terra, in origine, c'era una confusione tra bagnato, asciutto, solido, liquido, ecc. Ma è la parola principio che ci dà fastidio, anche perché è tradotta male; la parola principio in ebraico può voler dire principio, ma anche inizio, nel senso italiano della parola, cioè avere un principio, un'idea; quindi potrebbe intendersi che Dio fece il cielo e la terra seguendo un principio, avendo una programmazione. Un'altra cosa ancora che voglio proporvi, perché non è indif-ferente è che la parola "in principio- bereshìt" è tradotta male; chiunque sappia un po' di ebraico sa che bereshìt non vuol dire in principio, ma in principio di. Quindi dobbiamo leggere: "In principio di … Dio creò". Ma in principio di che cosa? Grammaticalmente non sta in piedi questa frase. Quindi vedete che l'adoperare un meccanismo di pause nei versetti, può aiutarci per capire il testo. La traduzione ebraica ci lascia molto liberi nell'interpretazione: noi possiamo accettare la vocalizzazione, possiamo accettare la causalità, ma possiamo anche non accettarla; l'unica cosa sulla quale non possiamo intervenire è il testo, nel senso delle lettere che compongono le parole. Comunque tenete conto che il libro di Giobbe segue una causalità sua propria.
I nostri maestri si chiedono chi era Giobbe e chi ha scritto il libro; sono domande provocatorie, perché sappiamo già che non c'è la risposta. Fra le proposte più ricorrenti c'è quella Giobbe non sia mai esistito né sia mai stato creato, ma è un frutto della fantasia di un autore, che si è servito di questo personaggio per fare delle affermazioni. Quanto poi a chi ha scritto il libro si fanno tutte le proposte di questo mondo. Qualcuno ha detto che l'ha scritto Adamo, non come personaggio storico, ma come rappresentazione dell'umanità, perché ogni uomo potrebbe scrivere questo libro, in quanto propone dei problemi che tutti noi viviamo e ci poniamo. La proposta che va per la maggiore, però, è quella che attribuisce il libro a Mosè. Perché l'avrebbe scritto Mosè? Tenete conto che molto spesso i nostri maestri ci fanno una proposta, ma con lo scopo che noi non la accettiamo, tanto è provocatoria e paradossale; vogliono spin-gerci a cercare altre risposte e a farci altre domande. Vi ricordate Abramo, quando si mette a discutere con Dio sul perché Egli voglia distruggere il giusto insieme al malvagio e si interroga su questo punto così importante? Ma è Mosè che si pone la stessa domanda in forma ancora più cogente, più forte e lo fa quando il popolo ebraico si è macchiato del peccato del vitello d'oro. Fate attenzione che il testo biblico è sempre provocatorio. Quando Dio dice ad Abramo di voler sterminare tutti gli abitanti di Sodoma e Gomorra , non lo fa perché vuole informare Abramo di qualcosa, ma perché voleva sondare la sua reazione. Abramo viene sottoposto a una prova, perché lui doveva diventare un faro per tutta l'umanità: "In te saranno benedette tutte le stirpi della terra"; se fosse stato in silenzio davanti a una prospettiva di questo genere, certamente la sua personalità sarebbe apparsa più povera. La stessa cosa riguarda Mosè, quando Dio gli dice che vuole sterminare tutti e fare un nuovo popolo di Israele prelevato da lui e dai suoi figli; la proposta è allettante, ma lui reagisce e dice di voler esser punito insieme al suo popolo, perché, in quanto capo, lui si sente corresponsabile. In realtà Dio voleva vedere se Mosè era degno della carica che gli aveva attribuita. In quella circostanza Dio gli dice: "Chiedimi quello che vuoi e io te lo concedo" e  Mosè gli risponde: "Fammi conoscere le tue strade". Cosa vuol dire? Mosè vuol sapere come Dio si muove; non aveva ancora capito quali sono le linee di comportamento dell'Eterno e se non lo capisce Mosè, non lo capisce nessuno. Dio gli risponde: "Ecco c'è un posto con me; mettiti diritto su una roccia". Per noi è incomprensibile, ma forse voleva dire (Dio mi perdoni, perché sto bestemmiando senza volerlo): "Mettiti al mio posto" e cioè Dio vuol dire a Mosè che dalla sua ottica non può pretendere di capire qual è il comportamento di Dio e le strade che Lui vuol percorrere. "Mettiti su una roccia" può voler dire di cominciare a guardare le cose dall'alto; noi siamo abituati a guardare le cose dal basso, senza prospettiva. In questo senso qualcuno dice che anche Mosè fosse un uomo che si poneva queste problematiche enormi sul comportamento di Dio, che noi uomini non riusciamo a capire, come fa Giobbe. Io non credo che il libro di Giobbe l'abbia scritto Adamo, Abramo o Mosè, ma è il nesso, perché sia Abramo che Mosè si presentano come personaggi giusti ai quali capitano una quantità di cose negative e avrebbero potuto dire: "Ma dov'è la giustizia di Dio?!". Pensate che la tradizione ebraica dice che Abramo fu sottoposto a dieci prove nella sua vita, la più terribile della quale è stata quella di Isacco. Lo stesso vale per Mosè.

C'è un altro tipo di interpretazione. Lasciamo stare i problemi filosofici, ma siamo proprio sicuri che Giobbe non si meritava i mali che Dio gli mandava? Il libro ci presenta questo tale che vive tranquillo, ricco, sereno, stimato, amato, ha la famiglia, i campi e a un certo punto tutto crolla. Da notare il particolare che i primi due capitoli, che raccontano la vicenda di Giobbe, e l'ultimo, siano scritti in uno stile molto facile, quasi ridicolo e non danno problemi di interpretazione. Subito dopo la descrizione di Giobbe, la scena cambia e ci troviamo in cielo, dove Dio incontra satana, il satàn e gli domanda: "Da dove vieni" e satana risponde: "Mi son fatto una passeggiata sulla terra". Attenzione: in ebraico satàn non porta ad alcun legame con qualcosa di diabolico, l'angelo del male, ecc, ma è la rappresentazione di un qualcosa di corrispondente al concetto di pubblico ministero, cioè è quel personaggio che sta a guardare che cosa fa di male la gente per applicare la giustizia. Quindi guarda la gente sempre con l'occhio critico, come se dicesse: "Sembra una brava persona, però se andiamo a guardare nell'armadio, chissà quanti scheletri ha anche lui!". Così fa con Giobbe. Dio gli dice: "Non ti verrà mica in mente di parlar male del mio servo Giobbe?!" e lui dice: "Certo! Cosa costa a Giobbe essere buono, visto che ha tutto, non gli manca niente!?". Allora Dio dice: "Io son convinto che lui è buono di per se stesso; tu mandagli tutte le disgrazie che vuoi e vedrai che lui continua nella sua onestà". Così si scaraventano su Giobbe una valanga di disgrazie e lui continua ad essere come prima; alla moglie che gli diceva: "Non vedi che Dio ce l'ha con te? Bestemmia Dio, così dà la mazzata definitiva e smetti di soffrire. Si vede che tu hai fatto qualcosa di male; fanne una più grossa ancora, così la fai finita!" lui risponde: "Dio ha dato, Dio ha tolto; sia benedetto il nome di Dio.
Non capisci niente! Dio ci ha dato le cose buone e noi le abbiamo accettate, adesso che ci dà le cose non buone, noi non le accettiamo". Stessa scena di prima: Dio incontra ancora satàn e gli dice: "Visto, ho vinto io la scommessa" e lui: "Eh, no! Perché è vero che gli son capitate tante disgrazie, ma a lui personalmente non è successo niente. Non l'abbiamo toccato nel suo corpo". E Dio dà il permesso che fare anche questa prova, così a Giobbe vennero tutta una quantità di malattie, sofferenze, dolori, ecc, ma ciononostante continua come prima. Tutto questo è detto in forma scherzosa e ironica, ma è il dramma dell'umanità; tante volte ci guardiamo attorno e vediamo la gente che soffre e non riusciamo a capire perché. Tenete conto che noi lettori sappiamo il perché Giobbe ha queste disgrazie - per una scommessa avvenuta in cielo - ma lui no. A questo punto il libro entra nel vivo e racconta che tre amici di Giobbe, venuti a sapere di tutto quello che gli era capitato, vengono da lui secondo la prassi in uso da sempre; stanno sette giorni senza poter parlare, tanto sono allibiti, ma poi comincia una lunga discussione tra Giobbe e i suoi amici che costituisce il nucleo del libro. Gli amici sostengono che siccome Dio è giusto, se lui ha queste disgrazie, significa che se le merita, per cui, se vuole uscirne, deve riconoscere i suoi torti, chiederne perdono a Dio, che certamente nella sua bontà lo perdonerà. E' la ricetta contraria a quella della moglie. Giobbe risponde: "Io non chiedo perdono a nessuno perché ho la sensazione di non aver fatto assolutamente niente di male". La discussione si prolunga molto ampiamente. Giobbe arriva ad affermare che Dio non è leale, perché, se veramente ce l'ha con lui e vuole contestargli i suoi peccati, dovrebbe dirglielo in faccia e non mandargli le disgrazie; per questo dice: "Io non chiedo scusa a un Dio che non è leale, che mi manda delle cose che non mi merito".
Alcuni maestri si domandano: "Com'è possibile giustificare i guai che Dio manda a Giobbe? E' possibile che Dio agisca così solo perché ha fatto una scommessa?". Sempre per provocarci alla riflessione, i maestri sottolineano questo aspetto: in realtà Giobbe non era molto innocente, aveva qualcosa da nascondere. In un midrash viene immaginata questa sceneggiatura: ci sono state tre persone importanti nel mondo antico, considerate sapienti, di spessore morale, con le quali faraone si sarebbe consultato prima di emettere quella famosa disposizione di gettare i maschi ebrei nel Nilo. I tre esperti erano Balaam, Ietro, suocero di Mosè e Giobbe. Come hanno reagito? Si suppone che Balaam avrebbe detto: "Fai bene; togliamoci dai piedi questo popolo"; Balaam sarà poi punito. Ietro non ha dato nessuna risposta ed è scappato nel deserto. Giobbe ha taciuto; non è scappato, non ha detto sì e non ha detto no. Ma chi tace acconsente. Non ha avuto il coraggio. Sta qui la motivazione dei guai che gli capitano: avrebbe dovuto reagire e non l'ha fatto. A volte anche noi commettiamo degli errori per indifferenza.
A questo proposito voglio farvi ricordare che il nome di Giobbe è citato anche nel libro di Ezechiele, al cap. 14, dove Giobbe viene posto tra i personaggi dell'antichità, famosi per la loro giustizia. Ezechiele mette in bocca a Dio questa espressione: "Anche se intervenissero Daniele, Noè e Giobbe per impetrare il perdono per questo popolo, non glielo darei". Già ai tempi dei profeti c'era l'idea che Giobbe fosse un uomo giusto, staccato dalla media;reale o non reale che fosse, era comunque l'esemplificazione di una persona con determinate caratteristiche.
Qualcuno pensa che i nomi che vengono riportati nel libro di Giobbe, ad es. la terra di Uz, lo stesso nome di Giobbe o i nomi degli amici, fanno pensare a un ambiente Idumeo, cioè a quelle popola-zioni semi-nomadi che abitavano ai confini dell'Arabia Saudita attuale. Il nome Giobbe, Iiòv farebbe pensare a un Iovàv figlio di Zerach, che è citato nel testo biblico come antico re di una località che pro-babilmente era nell'attuale Yemen. Quindi può darsi che questa vicenda sia stata estratta da un ambiente meridionale e poi riproposta in ambiente ebraico. Uno dei più grandi esperti di interpretazione biblica sostiene che, in riferimento alla difficoltà di lettura del testo, il libro non sia stato scritto in ebraico, ma tradotto da una lingua simile. Sarebbe molto bello che la Bibbia attinga a fonti sapienziali diverse. Un altro degli elementi che si sottolineano per indicare quale può essere la derivazione non ebraica del libro, è il fatto che Dio viene sempre nominato non col Tetragramma, ma con altri nomi generici: Elohà, Elo-hìm, Shaddài, che corrispondono alla divinità in generale e non al Dio degli Ebrei.
Nella letteratura post biblica ebraica, vengono attribuite a questo Giobbe, ebreo o non ebreo, una quantità di doti positive, che sono quasi superiori a quelle attribuite ad Abramo e a Mosè.
Sapete che l'ultimo capitolo è analogo al primo e cioè scritto anch'esso in stile molto facile, quasi in allegria: Dio consola Giobbe, che si risposa, ha di nuovo molti figli, diventa di nuovo ricco e viene ripristinato nella sua felicità iniziale. Alla fine la giustizia di Dio trionfa. L'elemento che, secondo me è molto importante, è che alla fine della discussione fra i tre amici e Giobbe, nella quale essi cercavano di far capire a Giobbe che era certamente colpevole e che stava peggiorando la sua situazione sostenendo di essere giusto, Giobbe afferma che il loro rapporto con Dio è molto commerciale, perché parlano come se Dio dispensasse i suoi beni a seconda del comportamento degli uomini. A chi si è comportato bene, dà il bene, a chi si è comportato male, il male.
Alla fine interviene un ulteriore personaggio, Eliù; il nome sembra più ebraico, perché fa pensare a Elia, ma non lo è. Viene presentato, nel testo, come un ragazzo giovane,il quale dice: "Sono rimasto ad ascoltare, perché ho visto dei personaggi importanti come voi che discutevano su temi tanto importanti e ho pensato che avrei imparato tante cose belle. Sono giovane e inesperto e mi hanno insegnato che i giovani devono star zitti davanti ai vecchi, perché sono gli anni che devono parlare. Ma a questo punto non ce la faccio più: ho sentito tante baggianate da voi cosiddetti sapiente e non posso più trattenermi, ma devo dire anch'io il mio punto di vista". Eliù intervene con una serie di domande che riguardano il mondo fisico; sembrano fuori luogo, perché chiede, ad es. come mai certi animali partoriscono a scaglioni, dopo una certa gestazione, o perché soffia il vento o come scorrono i fiumi. Domande semplici, che riguardano il mondo della natura, che è sotto la nostra osservazione e lui chiede spiegazioni di carattere fisico. Siccome loro tacciono, il giovane dice: "Se voi non sapete spiegare neanche le cose che avete sotto la vostra esperienza quotidianamente, che cosa volete parlare di Dio e di giustizia di Dio? Dite delle sciocchezze, perché parlate di cose che non conoscete". E' molto bello che questa conclusione venga messa in bocca a un ragazzino, quasi come dire che i grandi vecchi hanno fatto il loro tempo ed è bene ascoltare i giovani che sono più freschi, più diretti. Poi interviene Dio stesso, che rimprovera Giobbe per le cose che ha detto e non doveva dire, rimprovera più aspramente gli amici, che invece di portare conso-lazione all'amico portano ulteriore disagio, come succede spesso nell'esperienza comune. Finalmente c'è la risposta di Dio molto complessa, che ricalca le parole di Eliù: "Dov'eravate voi quando Dio fondava la terra e l'universo? Voi sapete tutto,ma non avete nessuna idea di qual è il modo di agire di Dio, perché Dio fa le cose, che cosa si propone, ecc.". Questo è il libro di Giobbe, che io vi invito a rileggere con attenzione.
Ancora un'ultimissima osservazione: nei manoscritti di Qumran è stato trovato il targum di Giobbe, cioè la traduzione aramaica, che pare sia la più antica traduzione di un testo biblico fino ad oggi trovata. Sono solo frammenti, ma da essi sembra che il traduttore cerchi di stare molto attento al significato letterale e probabilmente questo tale aveva un testo più vicino all'originale di quello pervenuto a noi. E'importante che tra i primi libri biblici che si è provveduto a tradurre in una lingua comprensibile al popolo - siamo nei secoli a cavallo del tempo di Gesù, cioè tra il 200 a. C. e il 200 d. C. - ci sia il libro di Giobbe.
Questo libro ci fa comprendere che dobbiamo avere la modestia di dire che noi la risposta non l'abbiamo; abbiamo molte domande, ma non sempre tutte le risposte, perché Dio è più grande di noi e le sue vie sono diverse dalle nostre; è bene per noi percorrerle e seguire Lui, fin dove gli piacerà condurci.


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