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Il profeta Giona
(Rav Luciano Caro)


Questa sera vi parlerò di un profeta, che è il più strano di tutti, quello che si distingue da tutti gli altri: il profeta Giona.
Dal punto di vista della sua collocazione nella Bibbia ebraica, il profeta Giona si trova fra i profeti minori, quelli di cui ci sono pervenuti messaggi molto brevi, tanto che tutti gli scritti dei profeti minori arrivano a mala pena a formare un libro della dimensione di uno dei profeti maggiori. E' solo per questo motivo che si chiamano minori: o perché hanno scritto poco o perché di loro ci è pervenuto poco. Il profeta Giona fa parte di questi dodici profeti minori.
Nelle fonti ebraiche tradizionali c'è una certa discussione sul problema se considerare i dodici profeti minori ognuno per conto suo, oppure se si tratta di un unico libro messo insieme da qualcuno successivamente .
Qualcuno sostiene che Isaia è l'autore del proprio libro, così Geremia ed Ezechiele, ma non così sarebbe dei dodici profeti minori.
Nelle fonti talmudiche taluni di questi profeti, fra i quali anche Giona, sono stati sottoposti ad una forma di quasi censura.
Allorché il popolo ebraico decise di stabilire quali erano i libri canonici, i libri sacri, c'è stata una certa discussione in proposito, perché certuni sostenevano che alcuni libri dovevano entrarci per forza, in quanto erano scritti sicuramente sotto ispirazione divina, per altri libri invece vi era una certa perplessità, ad esempio per il Cantico dei Cantici, il Qoèlet o Ecclesiaste ed anche per il libro di Giona, che sembra farci dei raccontini e dire tante belle cose, tante profezie forse, ma non per il popolo ebraico. Altri ritenevano il con-trario; prevalsero questi ultimi ed il libro fu inserito nella raccolta dei testi sacri.
Secondo determinate fonti ebraiche Giona è il profeta più importante, al punto che è l'unico profeta che non è mai morto e vaga nel Gan Eden, nel Giardino di Eden, vivo. E come mai? Perché Giona non ha mai peccato e, come sostiene qualcuno, se un essere umano, dal momento della nascita per tutto il corso della sua vita, ha un comportamento perfettamente consono alla volontà di Dio, non muore mai; la morte, infatti, è una punizione, mentre quel tale non è punibile. Quindi anche Giona: poiché non ha peccato, non è morto.
Sono cose paradossali queste, dette quasi con il desiderio di porre l'attenzione a non sottovalutare mai le cose che sembrano banali, puerili.
Giona ci dà noia, è un personaggio piccolo piccolo; ma, attenzione!, perché qualche volta il personaggio piccolo piccolo può essere più importante, dal punto di vista morale, di quello grosso grosso.
Il testo della profezia di Giona comincia così: "La parola di Dio fu rivolta a Jonàh figlio di Amittai in questi termini…".
Uno dei motivi per cui questo libro si discosta da tutti gli altri è perché non è un libro di profezie, non vi sono contenuti i discorsi fatti, ma vi è semplicemente descritta la sua storia: è il racconto di quello che lui ha fatto, il racconto delle sue vicende personali, molte volte ad un livello che ci sembra molto molto basso.
Di questo signore non sappiamo assolutamente niente, non sappiamo dov'è vissuto, come è vissuto, quando e chi era; si dice soltanto che si chiamava Jonàh e suo padre si chiamava Amittai, niente altro.
Jonàh è un nome abbastanza comune e, in ebraico, significa "colomba". Ma la stessa radice ha anche un'altra implicazione e può significare "opprimere qualcuno"; sì, è l'oppressione fatta nei confronti di qualcuno che di solito comprende in sé un elemento di inganno. Ma sono ipotesi.
Amitti, invece, è una parola ebraica che viene dalla radice emèt, che significa "verità".
In questi raccontini - ritorniamo un po' nell'ambito del racconto biblico - non è mai irrilevante il fatto che lui si chiamasse così e avesse un padre che si chiamasse così.
Vi dico subito che qualcuno dice, ma nel testo non vi è la più pallida parvenza di questa idea, che il libro di Giona è il libro dal quale si impara con maggiore chiarezza l'immortalità dell'anima, nel senso che Giona è un essere umano che non è morto e quindi se non è morto lui vuol dire che una certa sopravvivenza in qualche modo l'avremo anche noi che siamo suoi compagni di viaggio. Ma di tutto questo nel libro non troverete il più piccolo accenno.
Dal punto di vista linguistico il libro si presenta come molto facile. Non ci sono grossi problemi di interpretazione, ma solo un certo numero di parole che non troviamo normalmente nel testo biblico, che potrebbero farci pensare ad una lingua piuttosto tarda. Qualche volta ci sono delle espressioni che ricorrono nel testo della Mishnàh, quindi posteriori e secondo qualcuno alcune parole e alcuni modi di dire farebbero pensare ad un dialetto ebraico parlato nei territori del nord, nella Galilea.
Questo può significare che l'autore del libro di Giona apparteneva alle tribù del nord, a quelle tribù che sono state deportate dall'Assiria e sono sparite dalla storia, oppure potrebbe significare al contrario che questo signore adopera un certo tipo di linguaggio per distaccarsi, per presentarsi con una etichetta che non è la sua per sostenere una certa tesi.
Qualcuno sostiene che il libro è stato scritto dopo il ritorno dall'esilio babilonese, con tutta l'azione di Jonàh che si svolge fra non Ebrei, considerati con molto favore. Qualcun altro considera il libro un sogno, una fantasia.
Nel libro non ci sono grossi problemi di carattere interpretativo. E' un racconto piano, che si svolge qualche volta a livello del ridicolo, qualche volta del drammatico.

Il libro è formato da quattro capitoletti e si parla di quel signore al quale Dio si rivolge e gli dice di andare a Ninive, la grande città, e farvi un discorso perché si comportano male.
Il testo ebraico dice non più di questo: "Vai, alzati, vai a Ninive la grande città e proclama, grida qualcosa a lei poiché il loro male è salito davanti a me".
E' una espressione, questa, che ci ricorda il racconto di Sodoma, la malizia di Sodoma che è giunta fino a Dio.
Il testo dice che Jonàh si alzò, quindi ubbidì, ma andò in direzione di Tarsìs, perché voleva sfuggire dalla parola di Dio e andò a Giaffa, "la bella", città della costa e si imbarcò sulla nave per scappare. L'invito era di andare ad Oriente e lui andò verso Occidente.
Un altro elemento del libro è che vi è una grande quantità di descrizioni e di terminologia marinara.
Anche nell'ebraico moderno la maggior parte delle parole che indicano l'attività marinara, il marinaio, la vela, i remi, il remare, ecc., sono presi da questo libro; quindi l'autore è presumibilmente un tale che vive in un ambiente marittimo.
Dice il testo: "Andò a Giaffa e trovò una nave che andava a Tarsìs. Diede il suo prezzo e scese nella nave per andare con loro a Tarsìs da davanti a Dio".
Tarsìs è un posto che non identificato, ma l'espressione "andare a Tarsìs", nel testo biblico, indica un posto lontanissimo, per noi oltre Atlantico. Qualcuno dice che era Tartesso, qualcuno dice che era Tunisi, qualcuno dice una località della Sardegna; comunque "andare a Tarsìs" vuol dire andare lontano, il più lontano possibile.
"Diede il suo prezzo": nel testo il pronome "suo" è al femminile, perciò sembra voglia dire non che ha pagato il suo biglietto, ma che ha pagato il prezzo della nave, che ha comperato tutta la nave.
C'è poi un famoso commentatore del testo biblico, vissuto in Spagna nel XII secolo, che osserva che Jonàh ha fatto una cosa straordinaria, perché ai suoi tempi, quando si faceva un viaggio in nave, si pagava dopo, se e quando si arrivava, allo sbarco, dato che il viaggio in mare era molto pericoloso.
Il racconto prosegue dicendo che, mentre Giona dormiva, viene una grande tempesta, tutti pregavano ma Giona continuava a dormire. Viene svegliato e confessa di essere proprio lui la causa di quella grande tempesta; perciò i marinai, che non riuscivano più a governare la nave, lo buttano in mare. Inghiottito da un pesce - attenzione: il testo non dice da una balena, ma semplicemente da un pesce, dag , il mare si placa.
Mentre è dentro il pesce, Giona si pente e promette di compiere la missione, se si salverà. Il pesce lo vomita sulla riva del mare e Giona va a Ninive e vi riferisce, senza entusiasmo, la profezia di Dio: cioè che dopo quaranta giorni la città sarebbe stata distrutta. Tutti, dal più piccolo al più grande, riconoscono che ha ragione, che il rimprovero è giusto, che la città è degna di essere distrutta. Allora si pentono e cominciano a comportarsi tutti bene; quindi, passati i fatidici quaranta giorni, la città non è distrutta.
Il signor Jonàh resta molto male, perché ha fatto la figura del bugiardo; esce dalla città molto amareggiato, fa un po' di strada, poi si mette a dormire sotto una pianta di ricino. Mentre dorme viene un verme e si mangia il ricino e Giona se ne lamenta.
Il libro si conclude con il rimprovero del Signore a Giona, perché si è dispiaciuto per una pianta che nasce e muore nello spazio di una notte e non si è preoccupato minimamente di migliaia e migliaia di persone che avrebbero dovuto morire e fra queste bambini e animali innocenti, solo per poter dire che non si era sbagliato.

Così finisce il libro. Semplicissimo, qualche volta ridicolo. Pensate: nelle situazioni difficili Giona dorme!Questo libro di Jonàh è entrato a far parte della liturgia del giorno di Kippùr.

Nel giorno di Kippùr, il giorno dell'Espiazione, del digiuno ebraico per eccellenza, in cui si chiede perdono a Dio, nel pomeriggio di questa giornata così importante per noi, leggiamo tutto questo libro in forma pubblica. Il significato è molto trasparente. Qui si parla di perdono di Dio e noi in quel giorno chiediamo il perdono di Dio. E viene letto proprio nel pomeriggio, perché, secondo la tradizione, il pomeriggio è il momento in cui Dio è più sollecito, se così possiamo dire, a perdonare. E forse la stessa cosa è avvenuta a Giona di po-meriggio così come è descritta nel libro. Il pomeriggio è forse il momento più importante della giornata dal punto di vista morale, liturgico, è il momento migliore per la preghiera.
Vorrei soffermarmi brevissimamente su alcune considerazioni.
Non c'è alcun dubbio che qui si parla del valore della penitenza, quella che in ebraico si chiama la teshuvàh, cioè il "ritorno", il ri-trarsi dalla strada cattiva; una cosa di cui Dio non può non tener conto.
Nella cultura del mondo semitico Dio è come obbligato a perdonare chi si ritrae dal fare il male, quasi come se Dio, al momento della creazione, avesse creato una legge alla quale decise di sottomettersi, quella del pentimento, perché se avesse dovuto applicare soltanto la legge della giustizia, l'uomo, essendo fallibile, sarebbe sparito molto rapidamente dalla faccia del creato. Perciò Dio crea l'uomo, lo programma in questo modo, però in modo tale che se si ritrae veramente, sinceramente dal male, è costretto a perdonarlo.
Il pentimento è più forte di Dio. Dio non può non tenerne conto, al punto che questa norma di Dio, se applicata sempre, porterebbe ad un insulto nei confronti del concetto della giustizia. Quindi ci sono de-terminati momenti storici, non sta a me valutare quali, quando e come, in cui Dio, proprio per non dare un insulto troppo forte al concetto della giustizia, sospende la possibilità dell'individuo di fare teshuvàh e quindi di essere perdonato. Mi riferisco, ad esempio, al passo dell'Esodo ove si parla di Faraone, al quale Dio indurisce il cuore, per giustizia,dopo le prime piaghe inviategli invano. La stessa cosa possiamo pensarla per Hitler. Sono casi eccezionali, rari nella storia, in cui, superato un certo limite, non si può più tornare indietro ed essere perdonati.
Questo è il libro della teshuvàh e per gravi che fossero le colpe commesse, non era ancora stata superata la linea rossa dalla quale non si può tornare indietro.
Si dice che Dio perdonò questa città perché vide che si erano ritratti dalle loro azioni cattive e non che ascoltò le loro preghiere, perché Dio guarda i fatti. Chiedere perdono, pregare, battersi il petto, sono irrilevanti a questo effetto; quello che ci viene richiesto è di cambiare strada. Teshuvàh vuol dire proprio questo: ritorno, tornare indietro.
Debbo aggiungere che nella tradizione ebraica ci sono altri due filoni di interpretazioni.
Secondo un filone questo libro ci racconta le cose capitate a Giona, secondo un altro filone di interpretazione questo libro è tutto un sogno, una fantasia raccontata per insegnare qualcosa a qualcuno.
Queste cose ci porterebbero molto lontano.
Non è senza significato che nella storia di questo profeta tutta la sua azione si svolga costantemente in campo non ebraico. L'unica cosa che c'è di ebraico sono i nomi di Jonàh e di Amittai, che sembrano in lingua ebraica, e il nome di Giaffa località della Palestina.
Giona agisce sempre in ambiente straniero e questi stranieri ci vengono presentati sempre in un'ottica molto favorevole; pensiamo, ad esempio, ai marinai che non vogliono, fino all'ultimo, buttare a mare Giona.
Non è la prima volta che i profeti ebrei rivolgono la loro attenzione anche agli altri popoli; tutti i grandi profeti, Isaia, Geremia, in particolare Geremia, hanno profezie rivolte a popoli stranieri, ma in Giona è l'unica volta in cui tutto il libro è proiettato in questa realtà.
Qualcuno si interroga su quel gesto così forte di Giona di scappare dalla profezia di Dio. Possibile? Ma non è nemmeno il primo caso, perché già prima di lui anche lo stesso Mosè voleva scappare, voleva rifiutare la sua missione, ma Dio lo ha costretto. Lo stesso Geremia non era per niente contento dell'incarico che gli era stato dato; Giona invece non fa osservazioni. Mosè e Geremia protestano, questo invece prende e se ne va; non possiamo nemmeno tacciarlo di irriverenza nei confronti di Dio, ha preso e se ne è andato da un'altra parte.
Qualcuno dice che Giona sia scappato per fare una verifica, qualcun altro perché aveva paura di questo compito, di andare presso un paese straniero e dover dire ad abitanti di tal fatta che Dio stava per distruggerli, con la conseguenza molto probabile di essere ucciso.
Forse non aveva dimenticato la storia di Sodoma quando Lot a momenti viene sopraffatto solo perché si era permesso di fare una piccola osservazione ai suoi concittadini.
Qualcuno cerca di giustificarlo a tutti i costi e dice che è scappato non per un interesse o una paura personali, ma perché era un grande nazionalista ebreo e non voleva salvare Ninive, in quanto si era reso conto che più tardi tale città si sarebbe resa responsabile della deportazione degli Ebrei del regno di Israele. Insomma, una rivolta da patriota!
Il libro invece vorrebbe insegnarci che quando ci sono da salvare delle vite umane non devi guardare se sei di destra o di sinistra, se sei bianco o se sei nero o a pallini. Dio ti dice di fare così e tu non ti devi preoccupare, il futuro non è in mano tua e tu devi fare quello che Dio ti dice di fare.
Un'altra considerazione riguarda i nomi.
Stranamente Jonàh è scritto quasi con le stesse lettere dell'alfabeto ebraico con le quali è scritto per metatesi Ninive. C'è solo una n in più. E' come se nel suo stesso nome fosse già programmato il suo destino. Lascio a voi pensare al significato di questa n in più, che numericamente significa cinquanta e potrebbe indicare i quaranta giorni concessi a Ninive per pentirsi più altri dieci di Jonàh, ma può essere tutto un caso.
Non è sicuramente un caso, invece, il fatto che il nome Ninive, secondo gli studiosi, deriva da una radice sumerica che vorrebbe dire "pesce" e che nella scrittura cuneiforme la città di Ninive è sempre identificata con un pesce. C'è questo nesso fra il pesce e la storia di Ninive. Lo stemma di Ninive è in qualche modo un pesce e ciò non lo dobbiamo dimenticare.
Ancora a giustificazione di questo signore, se noi volessimo metterlo sotto processo per essere sfuggito dalla sua missione di profeta, dobbiamo dire che forse le cose non stanno esattamente così, perché quando Giona è fuggito non aveva avuto alcuna profezia da dire, Dio gli aveva semplicemente detto di "andare" e "chiamare o gridare per lei"; non gli aveva detto di andare a proclamare qualche messaggio particolare, quindi forse potrebbe voler dire: "Va' da qualche parte a pregare per lei" e lui ha fatto così.
Alcune altre brevi considerazioni.
Se vogliamo interpretare il libro in chiave allegorica, qualcuno si chiede che significato ha questa pianta del ricino, che pare essere molto rigogliosa, molto verde, che viene uccisa da un verme.
Dicono alcuni Maestri, e qui c'è un insegnamento molto bello, che un verme è una cosa minima, quindi una piccola cosa può rovinarne una grande. Inoltre dove sta la forza del verme? Nella bocca. Il verme rovina le cose con la bocca e questo ci vorrebbe insegnare di fare attenzione alla bocca, perché con la bocca si possono fare tante cose belle, ma anche tante cattive.
Giona poteva usare la bocca per dire tante cose buone, l'ha invece usata in modo formale e niente altro. Un verme gli ha mostrato come, usando della bocca per fare il male, si può distruggere una cosa grande.
Un'altra considerazione che fanno i nostri Maestri su questo testo, che sembra di poca importanza e invece porta a discussioni importanti, è questa: il testo ci dice che gli abitanti di Ninive si pentirono del male che avevano fatto, si ritrassero dal male e quindi Dio li perdonò.
Negli ultimi versetti del testo Dio dice a Jonàh: "Tu hai avuto pietà di questo ricino del quale non ti sei mai occupato, per il quale non ti sei affaticato né lo hai coltivato, che nello spazio di una notte è cresciuto e in una notte è andato perduto ed Io non dovrei avere pietà di Ninive, la grande città, nella quale ci sono molto di più di dodici miriadi di persone che non conoscono la differenza fra destra e sinistra e molti animali?". Così finisce il libro.
Notate che la precisazione "che non conoscono la loro destra e la loro sinistra" viene quasi a giustificare in qualche modo la fragilità dell'uomo.
Questi abitanti avevano fatto dei peccati talmente gravi da portare Dio alla determinazione di ammazzarli tutti, però sono innocenti perché "non sanno nemmeno la differenza che c'è fra la destra e la sinistra". L'uomo, per quanto male si comporti, non si rende conto di quello che fa e quindi è un povero disgraziato da aiutare, non bisogna essere con lui così severi come Giona pretendeva.
Tutto questo ci apre uno spiraglio su che cosa è un peccato, su che cosa è un peccatore. Dobbiamo avere un atteggiamento morbido o duro? Il problema è tutto aperto.
Nella tradizione ebraica dei grandi commentatori classici di questo testo ci sono anche due filoni che si domandano se dal testo del libro si capisce che questi signori si sono pentiti davvero oppure se tutto era formale. Infatti dopo una o due generazioni sono proprio gli abitanti di Ninive, gli Assiri, che invadono tutto l'oriente e loro sono gli inventori del sistema delle deportazioni di intere popolazioni dai territori conquistati come uno dei modi politici di dominare un paese straniero.
Nell'ambiente ebraico l'esilio è considerata la peggiore delle punizioni. Questi signori, così salvati, dopo qualche anno sono gli inventori di un qualcosa di atroce, di difficilmente uguagliabile quanto a crudeltà. Era proprio sincero il loro pentimento?
Anche in questo caso forse c'è una valutazione da fare: Considera l'oggi e non pensare a ciò che succederà domani. Non so se questo è un tipo di risposta, ma comunque il problema si pone. Sembrano ora tanti agnellini a vederli; Dio è convinto dal loro comportamento che sono degni di essere perdonati, ma sono sinceri o no? Profondamente hanno qualcosa di non buono? E' aperta la discussione.
E' proprio nell'ottica di queste problematiche che ci rendiamo meglio conto di ciò che dicevo all'inizio: Jonàh non è morto. Non è morto perché è sempre attuale, il problema c'è sempre, è un problema che ce lo portiamo dietro. Noi lo stato d'animo di Jonàh ce lo abbiamo dentro.
Questo Jonàh era forse non convinto che Dio avesse fatto bene, forse. Anche noi tendiamo sempre ad etichettare tutti e a non voler perdonare.
Vi ho detto di quella tradizione che sosteneva che Jonàh non è morto e vaga per il Gan Eden, il Giardino di Eden, il Paradiso. Quanta amarezza vi può essere in questa cosa! Questo signore che non aveva pietà degli altri non muore ed è costretto a sopravvivere e constatare dal Paradiso come vanno le cose del mondo. In questa ottica la morte è considerata quasi come una forma di beneficenza di Dio all'uomo. L'essere costretti a vivere non è sempre un gran premio!
Tutte queste cose ve le ho dette solo a questo scopo: diffidate delle cose facili, delle cose semplici.
In questo, che può sembrare un libriccino, una storiellina, ci sono dentro degli insegnamenti che non sono sicuramente inferiori o secondari rispetto alle grandi storie, ai grandi monumenti.
Qui un piccolo uomo si trova ad affrontare delle problematiche piuttosto pesanti, che ci riguardano tutti.
Infatti, ognuno di noi è un po' uno Jonàh.

(Conferenza tenuta a Forlì il 14 novembre 1991)


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