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Giuseppe il giusto
Rav Luciano Meir Caro


Come sappiamo dal testo sacro, la storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe, è legata alla storia dei suoi fratelli e questi fratelli spesso entrano in contrasto tra di loro, come emerge chiarissimamente dai racconti biblici. Però, quando noi leggiamo le storie della Bibbia, non leggiamo degli episodi storici, ma leggiamo episodi da cui dobbiamo imparare qualcosa. Una famosa massima ebraica cita così: “Le azioni dei padri sono un segno per i figli”. E i figli siamo noi, chiamati a imparare dai grandi personaggi della nostra storia, come li incontriamo nella Bibbia, non dei fatti, ma degli insegnamenti. A me non interessa se davvero Noè ha fatto l’arca o se Abramo è nato in Mesopotamia; ma io devo affrontare questi personaggi cercando di capire qualcosa per la mia vita dii oggi. Considerare i loro errori per cercare di non ripeterli nella mia vita. Gli errori sono sempre gli stessi, allora come oggi; nella storia dei nostri progenitori c’è già tutta la nostra storia.
Bene. Il conflitto presente nella vicenda di Giuseppe e dei suoi fratelli, è già presente nella storia di Caino e Abele. Dio crea l’uomo e già la seconda generazione è per il 50% è assassina. Erano due fratelli, Caino e Abele, che possedevano tutto il mondo, eppure la gelosia già guasta il loro rapporto. Ma questa gelosia la troveremo ancora tra Isacco e Ismaele, tra Esaù e Giacobbe che litigano fin da quando sono nella pancia della mamma. E lo stesso conflitto si ripete tra i figli di Giacobbe. Giacobbe ha quattro mogli, due delle quali sono le schiave delle mogli e da loro ha tanti figli. Di lui sappiamo che ha fatto tanti errori. Giacobbe viene chiamato, nella Bibbia, “uomo semplice che abitava nelle tende”; un casalingo, insomma. Ma ha un carattere di ingannatore, perché cerca di risolvere i problemi in modi non puliti, con sotterfugi. A lui, cui piaceva una vita tranquilla, di pettegolezzo, potremmo dire, viene data una specie di punizione; infatti decide di sposare la moglie amata, Rachele, ma trova uno, suo suocero, che è più furbo di lui e lo inganna, affibbiandogli ben quattro mogli: Rachele, sì, ma prima sua sorella e le due schiave. Quindi in quella casa potete immaginare quali contrasti ci fossero e quale situazione Giacobbe dovesse gestire. E ovviamente il conflitto si trasferisce sui figli: 11 maschi, poi un dodicesimo e una figlia. I figli della moglie amata contro i figli della donna meno amata; i figli delle mogli contro i figli delle concubine, ecc.
Non è questa la nostra storia? Invece di riconoscersi tutti fratelli, figli dello stesso padre, si mettono a litigare per chi è più importante. Ma l’uomo riceve la punizione adatta al suo comportamento; Giacobbe ha sempre creduto di farla franca con le sue furbizie, ma questa è la situazione che poi si trova addosso.
Ma vi ricordate Giacobbe ed Esaù, con quel conflitto costante sulla primogenitura? Chi è il primogenito tra i due? Quello che esce per primo dal grembo o quello che esce dopo, il che vuol dire che era stato impiantato prima nell’utero? E quando esce il primo, Esaù, l’altro gli tiene il calcagno per farlo rientrare. Insomma, qui si vede bene come i conflitti siano più forti, tanto più le persone sono prossime e vicine. Io non so se qualcuno di voi abbia mai avuto un contrasto con un vietnamita o con un ugandese, mentre in famiglia certamente sì!
Orbene, questo Giuseppe rompe tutti gli equilibri. Era sì il figlio della donna amata, ma non era il primogenito. La Bibbia ci fa capire che già a 17 anni era antipatico, con un modo di parlare odioso, perché quando lui parlava, il suo interlocutore si accorgeva, un minuto dopo, di essere stato preso in giro. Sembrava che dicesse cose ingenue e normali, ma poi gli altri si accorgevano che lui li aveva giocati.
Inoltre era odioso per i suoi sogni, che lo ponevano sempre in una posizione di superiorità.
Riprendo i due sogni. Il primo è quello in cui lui e i fratelli erano in un campo, facendo dei covoni e a un certo punto i covoni dei fratelli si inchinano davanti al suo. E i fratelli reagiscono a questo racconto chiedendogli: “Vuoi forse avere la preminenza su di noi?”. Lo dicono loro stessi, non Giuseppe! Lui parla di covoni, ma loro traspongono nella realtà; interpretano il sogno nella chiave che Giuseppe voleva.
Il secondo sogno è quello della luna e del sole e delle undici stelle che si inchinano a lui. Ma questa volta i fratelli tacciono e lui racconta il sogno davanti al padre, il quale abbocca e dice: “Ma che sogno è, questo che hai fatto? Vorresti forse che tuo padre, tua madre e i tuoi fratelli si inginocchiassero davanti a te?”. E così il padre dice quello che Giuseppe avrebbe voluto dire.
Nonostante questo caratteraccio, Giuseppe è definito nella storia successiva come “il giusto”. Perché nei momenti di necessità, sapeva prendere la decisione giusta. Questo nonostante il suo carattere. Noi non dovremmo valutare le persone per il carattere che hanno, ma per il loro comportamento.
Quando il padre lo manda a vedere come stanno i fratelli, per es., lui risponde subito positivamente. Viene da chiedersi come mai i fratelli fossero a pascolare e lui no. Un errore di Giacobbe? Comunque Giuseppe parte e non sa dove deve andare, e arriva a un certo punto del suo lungo cammino, e si perde. Qui un uomo lo incontra  gli chiede: “Cosa cerchi?”. Strano! Non è lui che chiede informazioni, visto che si era perso, ma è l’altro che lo interroga. Io gli avrei risposto di farsi i fatti suoi. Ma Giuseppe risponde: “Sto cercando i miei fratelli”. Queste sono frasi che vanno studiate! Lui sta cercando i fratelli! Questo tale gli risponde: “Sono partiti di qua e ho sentito che andavano a Dotàn”. Il testo continua: “E Giuseppe andò a Dotàn e li trovò”.
Questi dialoghi non vanno presi con leggerezza. Chi era questo tale che Giuseppe ha incontrato? Poteva essere un angelo di Dio, nel senso che Dio manda i suoi messaggeri che tante volte sono inconsapevoli. Questo tale lo vede sperduto e decide di aiutarlo, ma con le sue parole lui determina il futuro della storia.
Giuseppe poteva pensare che quell’uomo era solo un pettegolo. Ma dobbiamo considerare con attenzione le sue parole: lui dice: “I tuoi fratelli sono partiti di qua”. Ovvero: si sono allontanati dal concetto di fratellanza. Infatti Giuseppe aveva appena affermato: “Sto cercando i miei fratelli”.
Quell’uomo gli sta dicendo la verità, forse senza accorgersene. Lo avverte che lui non troverà affatto dei fratelli. Infatti quando lo vedono da lontano e lo riconoscono, complottano di ammazzarlo.

Giuseppe è odioso, sì, ma loro! Quando lui arriva, lo spogliano e lo mettono in una buca. E capiremo dopo che metterlo nella buca. Ovviamente Giuseppe, dentro la buca, strilla per farsi liberare e i fratelli, siccome le sue grida davano loro  noia, si allontanano dalla buca e si mettono a mangiare; probabilmente mangiano le cose che il fratello aveva loro portato da casa. Bella gente, eh!?
A un certo momento, Ruben, con una specie di resipiscenza di umanità, propone di toglierselo di mezzo, invece di venderlo, perché ciò che a loro interessa è liberarsi di lui, non tanto ucciderlo. Così, arrivando una carovana di mercanti, pensano di venderlo a loro. E qui il testo è straordinariamente incerto, perché non sappiamo chi sono i soggetti. Giuseppe viene venduto a questa carovana di Ismaeliti, che lo portano in Egitto. Così la sua situazione cambia radicalmente: da essere il cocco di papà diventa uno schiavo.
Non è chiaro, però, cosa sia successo; cioè non si sa se l’hanno venduto veramente o se i mercanti, passando di lì nel momento in cui i fratelli si erano allontanati, vedendo questo tale nella buca, se lo prendono e lo portano via. Cosa, peraltro, comunissima.
A questo punto, Ruben inscena la disgrazia con la veste intrisa di sangue e tutta lacerata. Ma non hanno nemmeno il coraggio di essere loro a portare al padre la veste e gliela mandano, incaricando qualcuno di dire al padre: “I tuoi figli dicono che hanno trovato questa”. E il padre riconosce la tunica del figlio.
Questa è la storia.
Giuseppe in Egitto viene rivenduto varie volte, finché viene acquistato dal funzionario del faraone. Qualcuno dice che la storia di Giuseppe è la storia del popolo ebraico, ma qualcuno dice che è la storia dell’umanità, perché tutta la sua vita è stata costellata da alti e bassi. Quando era giovane era il figlio diletto, poi è venduto come schiavo; una volta in Egitto entra nella casa di un alto funzionario, poi verrà messo in carcere perché accusato di stupro, di violenza; finalmente, dopo almeno due anni, esce dalla galera e diventa vicerè d’Egitto.
Tutte queste cose sono conseguenze del suo comportamento: lui si dava delle arie, prendeva in giro la gente; credeva di essere il più intelligente di tutti.

Ma specifico una cosa. Quando Giuseppe era in casa del funzionario egiziano, questi non aveva bisogno di controllare nulla, perché tutto funzionava alla perfezione, molto meglio di prima. La moglie di Putifar, però, si innamora di lui e gli dice: “Giaci con me”, con un atteggiamento da padrona, che considera il suo schiavo un oggetto. Ma Giuseppe rifiuta. Attenzione, vorrei che centraste il problema! Quand’è che gli dice: “Giaci con me!”? Il testo dice che tutto nella casa funzionava bene e Giuseppe era bello d’aspetto e piacevole da vedersi e subito dopo: “Allora la moglie di Putifar alzò i suoi occhi verso di lui e gli disse: Giaci con me!”. Lui rifiuta dicendo che non può fare una cosa del genere, perché il suo padrone lo considera come un figlio e ha lasciato tutto nelle sue mani. Rifiuta in modo da dare a lei una lezioncina di morale, ferendo la sua femminilità e anche l’orgoglio dell’Egiziana, perché anche lei, come tutti gli Egiziani, si considerava superiore a tutti gli altri uomini di altre razze.
I nostri maestri si domandano come mai Giuseppe, quando è nato, ci è stato detto come era il suo carattere e come si comportava, ecc., mentre solo nel momento in cui questa donna alza lo sguardo su di lui ci viene detto che era bello di aspetto. Risposta: punizione di Dio. Giuseppe, che è stato rapito, portato via da suo padre e dalla sua terra, sii trova in casa di questo personaggio importante e fa tutto quello che gli pare, nessuno lo controlla. non poteva forse tornare a casa sua? O quanto meno, se è in casa di un ministro egiziano, non poteva approfittare di un altro schiavo, e mandarlo ad avvertire suo padre che lui è vivo. Niente! Giuseppe faceva tutto quello che gli pareva ed era bello a vedersi; i maestri interpretano che lui passava il suo tempo a farsi bello, a prendersi cura di sé. Questa bellezza, della quale lui poteva anche vantarsi, diventa lo strumento della sua punizione.
Questo per dirci che Dio tiene conto di tutto quello che facciamo e adopera gli strumenti che Lui ritiene opportuno per punirci o per premiarci.
Un’altra cosa che non vi ho detto è che Giuseppe aveva un segnale: tutte le volte che parla con qualcuno, sia il padre, i fratelli, il ministro, la moglie di Putifar, mette sempre Dio nel mezzo. Parlando con la moglie di Putifar dice: “Il mio padrone non mi ha negato nulla, se non te, in quanto tu sei sua moglie; come potrei fare questa grande malvagità? Se la facessi, peccherei di fronte a Dio!”. Una specie di lezione di teologia! Ma lui fa così con tutti. E questa diventa per lui una specie di parola d’ordine, che userà anche quando i fratelli andranno in Egitto e non riescono a riconoscerlo, sebbene lui stesse usando ripetutamente quella parola d’ordine: Dio. Loro non intuiscono, però! E anche in quel caso hanno poi la sensazione di essere stati presi in giro.
Ma Giuseppe davvero è uno che sa come bisogna muoversi, cosa bisogna fare al momento opportuno; e proprio in ciò si riconosce che lui è il giusto; per questo lo chiamano “il giusto”. Odioso, antipatico, ma giusto!

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