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IL SANGUE NELL'EBRAISMO
(rav Luciano Meìr Caro)


In ebraico sangue si dice dam, termine abbastanza conosciuto, perché è attorno ad esso che viene costruita anche la parola adam, uomo. Perché questo? Forse perché Adamo, l'uomo, è fatto di sangue, ma forse anche perché la parola adamà vuol dire terra, terriccio e forse il riferimento è proprio alla creazione dell'uomo, che, secondo la tradizione biblica è avvenuta grazie al soffio di Dio sulla terra. Non è senza significato anche che la parola adòn significhi rosso. Quindi: dam-sangue, adòn-rosso, adamà-terra, adam-uomo. La parola dam, nell'implicazione biblica, ha qualche volta dei significati abbastanza specifici; ad es. quando si dice dam, si intende il sangue come elemento del nostro organismo umano, ma di solito si intende il versare il sangue e quindi dam prende il significato di omicidio. In alcuni passi biblici di difficile interpretazione la parola dam al plurale, cioè dammim, ha il significato di denaro, cioè un controvalore in denaro di qualcosa. Quindi l'espressione "Ha dei dammìm" o "Non ha dei dammìm", dal punto di vista giuridico, ha il significato se c'è la possibilità di risarcimento per qualche cosa oppure non c'è possibilità.
A proposito dell'implicazione del termine dammìm nel senso di omicidio, vi ricordate, allorché Caino uccise Abele, Dio dice: "La voce dei sangui di tuo fratello esclama a me dalla terra"; già da questo primo passo impariamo che il sangue è considerato un simbolo dell'essenza della vita. Abbastanza spesso il testo biblico dice: "Il sangue è il nefesh", cioè lo spirito vitale di ogni essere vivente, perciò prendere il sangue di qualcuno significa sottrargli la sua vitalità.
Il divieto di cibarsi di sangue compare tra le primissime disposizioni del testo biblico. A Noè viene detto che è proibito di cibarsi di sangue; ma non si capisce bene se si tratti della proibizione di mangiare sangue o di sottrarre la vita a qualche essere.
Altre disposizioni alimentari per il popolo ebraico comprendono la proibizione assoluta di cibarsi di sangue di animali. Da un sommario esame del testo biblico sembra risultare che originariamente l'umanità fosse vegetariana e che il consenso da parte di Dio di consumare della carne di animali sia stata una concessione strappata a Dio alla materialità o forse a determinate situazioni di bisogno, perché i vegetali non davano sufficiente nutrimento.
Oltre a questo elemento di non cibarsi del sangue c'è anche quello di non cibarsi di un animale che non fosse stato preventivamente ucciso. Ma a chi può venire in mente di prendere un pezzo di animale vivo e mangiarselo? Sembra una cosa straordinariamente crudele, oltre che difficile da applicarsi, ma sembra che la cosa fosse praticata nel mondo antico con una certa frequenza, non per motivi di crudeltà. Sembra che i nostri antichi progenitori - mi riferisco a 3, 4, 5, 10.000 anni fa - avevano scoperto che, uccidendo un animale grosso, o lo mangiavano subito, oppure andava a male e quindi, non potendo consumare l'animale subito completamente, per evitare che andasse a male, avevano escogitato questo sistema: catturare un animale, quando era possibile, e mangiarne un pezzo per volta. Ma non per crudeltà. E questo prima ancora di ucciderlo, in modo che si conservasse di più. Se prendo, per es., un rinoceronte o una giraffa e gliene stacco un pezzo e comincio a mangiarlo, l'animale, che non è morto, si conserva in vita ancora un po' e così posso mangiare la carne più tardi. Era una questione solo di carattere utilitaristico. Ma il testo biblico dice che è già una concessione poter mangiare della carne, ma quanto meno prima di fare questo, dovete uccidere l'animale. Quindi questa è una disposizione che riguarda tutti gli esseri umani, prima ancora che l'Eterno provvedesse a dare delle disposizioni di carattere normativo specifiche per il popolo ebraico.
Quando, poi, questo avvenne, le normative erano più severe. Anche di quegli animali di cui era permesso mangiare la carne, era assolutamente proibito cibarsi del sangue. Ci sono due livelli. Il primo è quello di cibarsi del dam hannefesh, cioè del "sangue della vita" dell'animale. E cosa vuol dire? Per nefesh si intende l'alito vitale, il respiro; è qualunque cosa che vive, che respira. Nel testo biblico non c'è nessuna implicazione che riguardi l'anima in questo termine. Allora in questo caso si intende un divieto severissimo, senza possibilità di venirne fuori, di cibarsi di quel sangue che fuoriesce nel momento dell'uccisione dell'animale. Una volta morto, rimane altro sangue dentro l'animale; anche questo è proibito, ma in forma meno severa del primo. Volevo farvi notare che il mangiare del sangue costituisce una trasgressione molto grave, che fuoriesce dalle trasgressioni che riguardano gli altri divieti alimentari. Nella visione biblica ci sono dei divieti, che impediscono, ad es. di mangiare la carne di certi animali, come dei quadrupedi che non ruminano, non hanno il piede diviso e l'unghia tagliata; se non sono presenti questi tre elementi, l'animale non può essere mangiato. Lo stesso per i volatili, che non devono essere dei rapaci; così per i pesci, che devono avere pinne e squame. Il testo biblico mi dice che mi è proibito, in quanto Ebreo, mangiare della carne di coniglio, per es.; se lo faccio, contravvengo a una disposizione biblica, a un divieto generico. Se contravvengo al divieto di cibarmi di sangue, invece, contravvengo a una disposizione particolarmente grave per la quale non c'è possibilità di rimedio. Mi spiego meglio. Se ho mangiato il coniglio e dovessi essere giudicato da un tribunale, verrà applicata la normativa che riguarda la trasgressione di un divieto generico; sono punizioni che possono essere comminate da un tribunale umano. Nel caso che io mi penta e voglia chiedere il perdono di Dio, c'è la possibilità di recuperare la propria "verginità" - chiamiamola così - c'è la corresponsione di un qualche cosa che di solito era un sacrificio di espiazione. Invece per il cibarsi di sangue, non c'è rimedio e il testo biblico mi commina una pena che va sotto il nome di karèt; è un termine intraducibile, che pare voglia dire "tagliamento", ma non sappiamo cosa vuol dire. Sappiamo che si tratta di una realtà dalla quale il tribunale umano è fuori gioco e riguarda direttamente il Padre eterno e me stesso. Io non ho modo di rimediare. Ho consumato, ho sottratto il sangue vitale di un animale: mi merito una punizione talmente grave che fuoriesce dalla competenza di un tribunale. Cosa sia la punizione, non lo sappiamo, quasi che Dio si riservasse il diritto assoluto di pensarci Lui e solo Lui. Qualcuno dice che karèt significa che a questa persona verranno tagliati dei giorni di vita, siccome la parola deriva dalla radice tagliare. Qualcuno dice che karèt vuol dire l'essere sottratto e tagliato dalla continuità della mia vita, cioè che non avrò discendenza, oppure che la mia discendenza a un certo punto si interromperà. Un'altra illazione è che questo termine significa essere tagliati dalla possibilità di una vita nell'al di là.
Anche il caso di incesto è considerato un caso dal quale il tribunale umano è lasciato fuori.
Tra le altre disposizioni ce n'è una che riguarda l'obbligo di provvedere a una procedura che va sotto il nome di kissu haddàm, cioè la copertura del sangue; tutte le volte che uccidiamo un animale di quelli che non facevano parte del culto del santuario, ad es. una gallina, il pollo, io devo provvedere a coprire questo sangue. Si deve fare in modo che il sangue che viene versato a terra nel momento dell'uccisione di questo animale, non deve stare all'aperto, ma deve essere ricoperto di terra, quasi a nascondere un delitto. Per gli animali che venivano sacrificati nel santuario, questo non si fa, per una serie di motivi, uno dei quali è di carattere pratico, perché nel santuario venivano ammazzati animali molto grossi, che avevano litri e litri di sangue. C'è anche un altro motivo che adesso vedremo.
La procedura adottata dagli Ebrei per uccidere gli animali non è descritta in tutti i particolari nel testo biblico, ma è stata stabilita e appresa per analogia  e ragionamento. Essa va sotto il nome di scheketà, che vuol dire macellazione e avviene così, per quanto riguarda i quadrupedi e i volatili, non per i pesci: si prende l'animale, che deve essere permesso, non deve presentare all'esterno difetti o segni di malattia e deve essere macellato per iugulazione, cioè si prende un coltello particolarmente affilato, di certe dimensioni standard e con esso tagliamo con un movimento alternativo, senza assolutamente nessun tipo di pressione, la parte anteriore del collo dell'animale, facendo ben attenzione di non andare a toccare col coltello l'osso della spina dorsale. Quando dico che il coltello deve essere particolarmente affilato, dico qualcosa di cui voi non avete la più pallida idea: non basta affilare il coltello con gli strumenti a disposizione, ma prima di essere usato, deve essere provato su se stesso da parte di chi compie la macellazione. Su se stesso in che modo? Questa persona deve identificare nel suo corpo una parte particolarmente sensibile e passarla sul filo del coltello, perché tale parte è capace di percepire qualsiasi intaccatura che possa essere nel filo della lama; o un polpastrello, o l'unghia, o il labbro o la lingua. Prima di andare avanti, posso dirvi questo: chi deve compiere questo lavoro, oggi per motivi alimentari, anticamente per i sacrifici, a questa persona la normativa ebraica richiede delle qualità morali che non vengono richieste a nessun altro. Un rabbino deve avere delle qualità morali, ma il macellatore deve averne delle superiori; il minimo dubbio che abbiamo sulla sua onestà, correttezza, competenza, lo rende inadatto. Deve avere sempre davanti a sé una visione delle cose sempre vicina a Dio, perché fa delle cose estremamente importanti: sopprime un essere vivente, per rispondere o alla normativa dei sacrifici o alle esigenze alimentari. Vi assicuro che la preparazione di questo coltello comporta ore di lavoro, perché il filo è talmente delicato che, a volte, basta un soffio d'aria per rovinarlo; basta appoggiare il coltello sul tavolo, che non è più come dovrebbe essere. Questa indagine va fatta immediatamente prima dell'uccisione dell'animale e immediatamente dopo; nel caso che, dopo avvenuta l'uccisione dell'animale, si constati che il filo aveva una piccola intaccatura, allora l'animale non è più commestibile, quale punizione. Perché questo? Se un tale si taglia con un rasoio, più è affilato il rasoio, meno è il dolore nel momento del taglio, anzi quasi non si sente; ma se il coltello ha delle intaccature si sente male, perché i tessuti si strappano. Per questo, nell'ammazzare gli animali dobbiamo fare attenzione a tre elementi. Il primo è la minor sofferenza possibile per l'animale. Il secondo è la fuoriuscita della maggior parte possibile del sangue dell'animale. Tagliando il collo in questo modo, tagliamo delle vene, che fanno sì che esca dall'animale una grandissima quantità di sangue zampillante. Contestualmente questa fuoriuscita violentissima di sangue nel momento del taglio, fa sì che l'animale perda conoscenza in uno spazio rapidissimo di tempo, perché avviene un crollo della pressione sanguigna violento. Così il dolore è minimo nel momento del taglio e subito dopo c'è la perdita di conoscenza dell'animale, il quale morirà dopo 2, 3, 4, 5 minuti qualche volta.
Io ho imparato a fare questo tipo di lavoro, ma grazie a Dio lo faccio molto raramente e vi assicuro che, quando lo faccio, rimango scandalizzato e per un po' la carne non la mangio. La macellazione per noi dev'essere qualcosa che susciti scandalo in chi la vede; non deve dare l'impressione di qualcosa fatta in un laboratorio. Noi stiamo sottraendo la vita ad un animale, per i nostri comodi; sarà opportuno,  necessario, per il nutrimento, tutto quello che volete, ma non dobbiamo mai dimenticare che stiamo compiendo un atto violento, stiamo sottraendo la vita a un essere vivente.
Un altro elemento è che la tecnica sia praticabile; cioè non posso pensare di mettermi lì a fare l'anestesia all'animale e poi sottrargli il sangue con una pompa, o cose simili.
Il sangue diventa protagonista, nel senso di suscitare scandalo in noi e di fuoriuscire nel modo più completo possibile.
Questa era la stessa modalità praticata nel santuario di Gerusalemme, quando c'era il culto; solo che là il sangue veniva spruzzato sull'altare, in modo tale che ci fosse anche qualcosa di palese, di clamoroso, che sporcasse le mani e imbrattasse tutta la persona. In questo elemento del culto sacrificale, c'era un rispetto per gli animali, che noi, i cosiddetti animalisti, oggi, non ce lo sogniamo neanche. Oggi il nostro rapporto con gli animali è freddo, utilitaristico; se voi aveste un'idea pallida di quello che viene fatto ai polli oggi, per es. vi rendereste conto della crudeltà pazzesca che si attua. Tutto questo culto sacrificale era forse finalizzato anche ad instaurare con l'animale un rapporto diverso. Tenete conto che nell'antico mondo semitico l'animale era il compagno di viaggio dell'essere umano e anche il suo capitale, quindi c'era un rapporto molto più diretto di quanto non l'abbiamo noi. Noi abbiamo il cagnolino, il gatto, la tartaruga, ecc. ma l'antico semita aveva le pecore, i buoi e questi erano per lui il suo patrimonio, equivalente per noi oggi a un conto in Svizzera, o simili. Se leggiamo la Bibbia superficialmente, abbiamo l'impressione che ci fosse molta crudeltà nei sacrifici, ma non era così. Nello spargere il sangue degli animali nel culto sacrificale c'era certamente il desiderio di suscitare scandalo nelle persone compromesse. Bisogna anche tener conto che il culto sacrificale era anche un modo per riconoscere che tutto quello che noi abbiamo, ci proviene da Dio e quindi a Lui dobbiamo restituirlo. Oltre a questo era un modo per fare dell'assistenza sociale, diremmo oggi, perché tutte le volte che si compiva un sacrificio, parte dell'animale veniva consumata dalla classe sacerdotale, che nella nostra ottica può corrispondere ai professionisti. Nella visione sociale del testo biblico c'erano le persone che facevano i contadini o i pastori, poi c'erano i liberi professionisti, cioè i sacerdoti, che facevano gli avvocati, i medici, gli esperti e così via. Questi non avevano avuto la loro parte nella divisione della terra e perciò campavano dei proventi del culto sacrificale, che erano il loro stipendio.
Inoltre erano interessati anche i poveri, perché un'altra parte del sacrificio veniva offerta per i bisognosi. Quindi c'è tutto questo mondo, lontanissimo dal nostro modo di pensare.
Torniamo al sangue. È talmente severa la disposizione del consumare il sangue che, una volta ucciso l'animale, prima di poterne consumare la carne, bisognava sottoporre questa carne ad altri controlli. Il primo controllo riguardava gli organi interni, per accertarsi che l'animale non fosse malato di una malattia che presumibilmente avrebbe portato alla morte entro i seguenti 12 mesi. L'operatore che ha provveduto all'uccisione, ha anche il compito di fare questo esame sul corpo dell'animale. Ecco perché noi richiediamo in questa persona un'onestà così cristallina; perché lui deve certificare che l'animale era sano e il non  dichiararlo sano potrebbe causare grosse perdite economiche. Immaginate anche oggi: quanto costa un bue? Se io dichiaro che non lo possiamo consumare, perché non l'ho ammazzato bene o perché era soggetto a qualche imperfezione fisica, la perdita è molto notevole. Questa indagine interna dell'animale riguarda due modalità. La prima è il controllo degli organi interni dell'animale in situ e per organi interni si intendono soprattutto i polmoni, il cuore e il fegato, cioè quando sono collocati ancora nella loro disposizione naturale. Bisogna fare dei buchi nel diaframma e l'operatore deve accertarsi, entrando con le mani, che tutti questi organi siano alieni da qualunque tipo di aderenze con gli altri organi attorno. In seguito si apre l'animale e si procede al controllo dei vari organi all'esterno. Se tutto va bene, l'animale viene dichiarato buono e possiamo mangiarlo, altrimenti l'animale entra nel circuito commerciale normale, ma noi Ebrei non possiamo mangiarlo. Ma non è finito. Una volta che l'animale è stato dichiarato buono, chi ne compra un pezzo e lo porta a casa per mangiarlo, prima di mangiarne la carne, deve sottoporla a un trattamento, che va sotto il nome di salatura. È un'operazione finalizzata ad estrarre dal pezzo di carne qualsiasi traccia di sangue sia rimasta ancora all'interno, perché noi il sangue non possiamo mangiarlo assolutamente. Prendo un pezzo di carne, lo cospargo di sale da cucina grosso e lascio il tutto per circa 40 min. e non più di un'ora, su un piano inclinato, il sale grosso estrae il sangue o il siero rimasto all'interno; dopo ciò, riprendo il pezzo di carne, lo risciacquo e finalmente lo posso mangiare. Se si lascia il sale per più di un'ora, il sangue fuoriuscito rientra, per cui bisogna stare attenti.
Tutta questa procedura ci rende difficile mangiare la carne, perché intanto è difficile trovare della carne macellata bene e poi costa di più. La disposizione prevede che se uno non può procedere alla salatura, o per quelle parti di carne che non sono adatte alla salatura, come il fegato, che non smette mai di perdere sangue, bisogna procedere a un'arrostitura della carne direttamente sul fuoco, di modo che le parti di sangue rimaste, diventino carbone.
Il tutto è finalizzato a capire che noi, uccidendo un animale, abbiamo fatto un attentato contro la natura. Per quanto riguarda i volatili o piccoli quadrupedi, bisogna coprire il sangue con la terra, a segno della vergogna che provo per l'azione che ho fatto.
Ci sono poi altri elementi che riguardano il sangue, ma sono meno importanti. Accenno soltanto al cosiddetto dam betulìm, cioè il sangue della verginità. Non mi chiedete troppi dettagli, perché non mi muovo molto bene in questo mondo, che risale a delle reminiscenze molto antiche. Il testo biblico dice che un tale sposa una ragazza, pensando che essa sia vergine; ma se in occasione del primo rapporto sessuale con lei, si accorge che non fuoriesce del sangue, cioè la prova della verginità, il giovane può reclamare nei confronti dei genitori, in particolare del padre, perché è stato ingannato. Egli, infatti, ha preso una moglie, che pensava fosse vergine, ma lei non lo era. Se viene accertato che le cose stiano così, allora si procede con molta severità nei confronti della ragazza che ha nascosto un suo errore di gioventù e nei confronti del padre della ragazza, il quale ha venduto un prodotto non genuino. Il testo biblico, nel Deuteronomio, dice che le cose, però, non sono così semplici. Se un tale, che ha sposato una ragazza, dopo aver consumato il matrimonio, dichiara che lei non era vergine, ma se si accerta che lei invece era vergine, allora non si punisce la ragazza, ma il ragazzo. E la punizione consiste in un risarcimento in argento al padre della ragazza e poi nel fatto che lui non può divorziare da lei, ma deve tenersela per il resto della vita. Ha calunniato una ragazza e perciò non può divorziare. Ma a questo punto il testo biblico spiega come possono fare i genitori a dimostrare che la loro figlia era vergine: i genitori portano come prova della verginità il lenzuolo. Presumibilmente avveniva che, quando una ragazza si sposava, dopo aver consumato il matrimonio col marito, arrivavano di corsa i genitori e si portavano a casa il lenzuolo dove era avvenuto il rapporto; se il lenzuolo era sporco di sangue, quella era la prova della verginità. Ovviamente questo meccanismo è atavico, antichissimo; il testo della Torà lo riconosce, ma viene interpretato in modo diverso. Lo stendere il lenzuolo davanti ai giudici è sempre stato interpretato dalla normativa ebraica come lo stendere le prove e non il lenzuolo; quindi i genitori devono portare delle prove sulla verginità della ragazza. Prove che possono essere le più varie, ma l'importante è che siano accettate dai giudici. Sono prove all'incontrario, cioè questi signori andranno in tribunale e chiederanno a questo tale, che sostiene la mancata verginità, di dimostrare ciò che afferma. Credo che sia comunque molto difficile provare entrambe le cose; quindi sono poi i giudici che dovranno accertare il complesso della situazione e procedere secondo le loro decisioni.
Io direi che questo procedimento ha origini pre-israelitiche, perché non bisogna dimenticare che quando il testo biblico fu dato, non venne consegnato su una tabula rasa, ma esistevano già una serie di tradizioni precedenti, proprie dell'antico mondo semitico.
Vorrei ancora parlarvi della faccenda del goèl haddàm, che significa il redentore del sangue. Anche questa è una figura molto lontana dal nostro mondo, ma molto presente nel mondo antico. Il testo biblico dice che nel caso di un omicidio premeditato nei confronti di qualcuno, quando venga accertato che un tale ha ammazzato un altro, l'uccisore è passibile di pena di morte. Questo in senso molto generico, ma poi l'applicazione della pena di morte fa caldo. Non dimenticate che secondo la visione biblica nel diritto penale non ha nessuna importanza la confessione dell'imputato o la produzione di prove; un giudice che giudicasse secondo il testo biblico, non deve tenere in nessun conto che l'imputato confessi o no, che porti delle prove o no. Quello che è importante nel diritto penale è la testimonianza; ciò significa due persone fidate, che abbiano certe caratteristiche, attestano che un tale ha fatto questo e questo. Un tale ha ammazzato un altro: allora ci vogliono due tali, che siano adulti, che non siano parenti del soggetto, che non siamo amici, né nemici, assolutamente estranei, i quali attestino: "Abbiamo visto il signor A uccidere il signor B". Ma non basta, perché ci vuole anche il cosiddetto avvertimento, cioè i due testimoni non devono solo dire: "Abbiamo visto", ma devono contestualmente dichiarare: "Abbiamo assistito a tutte le fasi dell'episodio e, prima che l'episodio andasse a termine (cioè prima che A ammazzasse B) abbiamo detto: Guarda, noi siamo qua e ti stiamo avvertendo che stai facendo qualche cosa per la quale potresti essere sottoposto al giudizio che potrebbe anche portarti alla pena di morte". Se i testimoni non attestano di aver visto tutto e di aver avvertito che erano presenti, non si può applicare la pena di morte. Tutto questo teoricamente. Bene, cosa succede quando avviene un omicidio senza volontà, per un incidente, ad es. mentre si sta tagliando un albero.? In questo caso non si può lasciare impunita la cosa. C'è stato sicuramente un elemento casuale, ma c'è stata anche una disattenzione da parte dell'omicida; è difficilissimo da valutare il livello di responsabilità. Il testo biblico dice che il tale viene sottoposto alla pena dell'esilio, cioè viene costretto ad andare ad abitare in una località fuori da casa sua. A questo proposito il territorio di Israele è diviso in tre regioni. C'è un'attenzione nei confronti dell'omicida ed è quella di mandarlo in esilio in una regione non troppo lontana da casa sua; il testo biblico dice che il suo esilio durerà finché non sopravvenga la morte del sommo sacerdote. Questo significa che il tempo non sarà lunghissimo, perché per diventare sommo sacerdote, ci vuole una certa maturità, anche di anni. Comunque il testo biblico fa capire che la lunghezza dell'esilio dell'omicida è affidata al caso, cioè alla volontà di Dio e non alla volontà umana. Nel caso che questo tale condannato all'esilio nella sua regione, non ottemperi a questo soggiorno obbligato e torni a casa sua, il redentore del sangue lo può ammazzare liberamente e goèl haddàm vuol dire un parente della vittima. È quasi una vendetta del sangue, che interviene quando un tale non obbedisce alle disposizioni del tribunale. A questo punto il testo dice: "Lui non ha sangue"; uscendo dal suo soggiorno obbligato si pone nella condizione di uno che non ha sangue, cioè è come un morto, per cui chi ammazza un morto, non commette omicidio.
Devo aggiungere una cosa: che per noi, nella disposizione normativa che riguarda il nostro mondo, questa regola del divieto di cibarsi di sangue, è considerata talmente assoluta che non solo è proibito cibarsi del sangue degli animali, ma anche del proprio sangue. Nel caso che io mi faccia un taglio, non posso succhiarmi la ferita, oppure se in bocca si apre una piccola pustola, io non posso inghiottire quel sangue, ma devo sputarlo. Sarebbe una forma di suicidio. Questo non riguarda le trasfusioni di sangue, perché in quel caso si tratta di salvare la vita.
Quando nel passato sentivamo parlare delle famose accuse di omicidio rituale, che purtroppo sono state un elemento caratteristico anche delle nostre regione fino a non troppo tempo fa, c'era qualcuno che sosteneva che gli Ebrei, per celebrare la loro Pasqua, devono mangiare del pane azzimo e qualcuno sosteneva che, per essere veramente buono, quel pane doveva essere confezionato con sangue di bambino cristiano. Questa barzelletta si è trasformata più volte in tragedia, perché tutte le volte che, avvicinandosi la Pasqua, spariva un bambino cristiano, o perché cadeva in un fosso, o veniva rapito, o moriva e non si trovava il cadavere, immediatamente scattava il meccanismo: l'hanno rapito gli Ebrei, perché avevano bisogno del suo sangue. Molto spesso questa accusa, ovviamente falsa, provocava degli omicidi di massa all'interno delle comunità ebraiche. Il caso classico è quello del san Simoncino di Trento: si tratta di un bambino il cui cadavere era stato ritrovato nello scantinato della sinagoga della città mi pare 150 anni fa. I dirigenti della sinagoga sono stati sottoposti a tortura finché hanno confessato di essere stati loro a rapire il bambino e ad ammazzarlo per prelevare il sangue; quindi sono stati tutti impiccati, gli altri membri della comunità sbattuti fuori e i beni sequestrati. Poi la storia è stata ricostruita nei dettagli, perché il Vaticano non aveva mai creduto a questa storia, però non potevano mettersi contro la Chiesa locale. A Trento è stata costruita anche una chiesa dedicata a questa san Simoncino, che poi era solo beato. Alla fine la storia vera è venuta fuori: il vescovo della città, personaggio truce e losco, era famoso per essere un accanito giocatore di carte, ma siccome era anche famoso per la sua sfortuna, si era indebitato con alcuni elementi della comunità e non potendo pagare, ha escogitato questo trucco: ha fatto rapire il bambino, l'ha fatto macellare e ha fatto nascondere il cadavere nella sinagoga, così ha potuto evitare di pagare i suoi debiti e anche mettere le mani sul patrimonio degli Ebrei di Trento. La chiesa poi è stata sconsacrata, ma rimangono delle vetrate che rappresentano il bambino con gli Ebrei dai nasi aguzzi, eccetera. Comunque da allora gli Ebrei hanno deciso di non rientrare mai più a Trento. Devo aggiungere che una decina di anni fa sono stato chiamato a Trento dalla curia, perché volevano chiedere scusa alla comunità ebraica; io ci sono andato come rappresentante delle comunità ebraiche italiane, ma, per quanto mi riguarda è stata un'esperienza dolorosissima e molto faticosa. Ho fatto la mia conferenza, ho fatto la parte che dovevo recitare, ma è stata una delle pochissime volte nelle quali non mi sono trovato in sintonia con i miei ascoltatori, perché avevo la percezione che i trentini, la gente, non mi capiva assolutamente; non la Chiesa, il vescovo, ecc., ma la gente, perché c'era come un nodo di fondo. Tant'è vero che la chiesa c'è ancora lì adesso; non è più ufficiale, ma loro continuano a venerare questa figura.


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