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DA PASQUA A PENTECOSTE
(Rav Luciano Caro)


Pasqua, Pentecoste e la festa delle capanne sono tre ricorrenze a significato agricolo, strettamente collegate fra di loro; in occasione di esse tutti i maschi ebrei dovevano recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme per celebrarle.
Queste tre feste hanno anche un significato storico.
La prima, Pasqua, ricorda la liberazione del popolo ebraico dall'Egitto, l'esodo. Nell'immaginario collettivo degli ebrei ci sono stati due momenti fondamentali nella storia del mondo: la creazione e l'uscita dall'Egitto, quasi come se l'uscita dall'Egitto fosse il completamento della creazione. Qualunque sia la schiavitù a cui una persona o un popolo viene sottoposto, c'è sempre un momento in cui viene ricreato un equilibrio, Dio interviene, non come e quando vorremmo noi, ma Lui rimane il grande regista di tutto.
La festa di Pesach è per noi una cosa veramente eccezionale, tant'è vero che di moltissimi precetti biblici, che sembra non centrino niente, noi diciamo: "Questo è in ricordo dell'uscita dall'Egitto". Quando noi cominciamo il sabato, il venerdì sera, con un cerimoniale nelle nostre famiglie, dicendo delle benedizioni sul vino, diciamo: "Benediciamo il Signore Dio che ha creato il mondo in ricordo dell'uscita dall'Egitto".
Torna infinite volte l'imperativo: "Ricordati che sei uscito dall'Egitto" e questo non riguarda solo gli ebrei, ma tutta l'umanità. Noi abbiamo talvolta la percezione che Dio sia assente, ma quando lo ritiene opportuno, Egli interviene in forma clamorosa.
La festa di Pesach, dunque, se da una parte è celebrazione del risveglio della natura in primavera, è anche celebrazione della liberazione dall'Egitto.
Lasciamo per un momento da parte la Pentecoste e soffermiamoci sulla terza festività, quella delle capanne, Sukkòt, che dal punto di vista agricolo ricorda il raccolto finale dell'anno agricolo e, dal punto di vista storico, il soggiorno del popolo ebraico nel deserto. Il testo biblico ci racconta che il popolo non fu subito portato nella terra promessa, ma dovette fare un lungo percorso durato 40 anni. Nel corso di questo viaggio, con delle tappe anche lunghe degli anni, il popolo ha abitato in delle abitazioni provvisorie, presumibilmente in delle capanne.

Tenete presente che noi, con Sukkòt, non celebriamo un episodio specifico, ma un periodo di tempo, i 40 anni nel deserto.
C'è una lunga diatriba tra i nostri maestri che si chiedono se è proprio vero che gli ebrei abitassero in delle capanne. Qualcuno dice che le capanne sono un elemento simbolico, perché noi non celebriamo il soggiorno degli ebrei sotto le capanne, non è importante dove dormissero; la capanna sta a significare la protezione di Dio. La capanna è qualcosa di provvisorio, che con un soffio cade giù; però a fronte dell'elemento materiale che ci fa pensare che Dio non ci sia, c'è un qualche cosa che noi non riusciamo a identificare, una protezione divina c'è sempre, anche se ci sembra insufficiente o qualche volta inesistente.
La seconda di queste feste, è la Pentecoste e qui le cose si fanno ancora più difficili, perché dal punto di vista agricolo essa ricorda l'estate, il raccolto finale, soprattutto dei cereali; ma dal punto di vista storico abbiamo dei grossissimi problemi, nel senso che la nostra tradizione sostiene che questa festa celebra la promulgazione dei comandamenti sul Sinài. Diventa una specie di completamento dell'uscita dall'Egitto; gli ebrei escono dall'Egitto, conseguono la loro libertà fisica, politica, nazionale e in occasione della feste delle Settimane, la Pentecoste, conseguono la normativa, quasi a sottolineare che una libertà senza normativa non ha senso, diventa arbitrio. La vera libertà si ha allorché noi ci sottoponiamo a una normativa, che riteniamo derivante da Dio.
Ma di questo nel testo biblico non c'è una parola. Si dice che tre volte all'anno i maschi devono andare in pellegrinaggio a Gerusalemme, che la prima delle tre feste è Pesach, ma poi il testo dice: "Conterete per voi sette settimane a partire dalla festa di Pesach e, a conclusione di queste sette settimane, celebrerete la festa di Shavvuòt". Shavvuòt significa appunto settimane e viene al compiersi del 50° giorno dall'uscita dall'Egitto. Il testo dice: "Celebrerete una festa", che viene chiamata yom habbikurìm, giorno delle primizie. Non c'è nessunissimo riferimento al fatto che noi ricordiamo la promulgazione dei comandamenti.
Credo che questa sia la festa più strana del nostro calendario. Si celebrano le primizie, ma a giugno ci sono proprio le primizie? E dal punto di vista storico? La Bibbia non dà nessun motivo storico.
Un altro elemento strano è che per tutte le feste il testo biblico ci dà la data precisa, il mese e il giorno, per questa festa no. Ad es. il capodanno è il primo del mese di Tishrì, Pesach il 15 del mese di Nissàn, Sukkòt il 15 del mese di Tishrì, Kippùr il 10 del mese di Tishrì. Per Shavvuòt non ci viene detta la data, ma si dice: "Conterete sette settimane complete". Ma c'è un'ulteriore difficoltà: il testo non dice da quando si deve contare, ma: "Conterete per voi sette settimane a partire da dopo il sabato". Tutti sappiamo che la festa di Pesach in Israele dura sette giorni (otto nella diaspora); ma bisogna contare dal giorno successivo al sabato; quale sabato? Il primo sabato che incontriamo nei sette giorni della festa di Pesach? Oppure sabato significa il primo giorno della festa? Oppure è inteso il sabato a conclusione della festa? Non lo sappiamo. Nel corso dei secoli si è sempre discusso su questa cosa. Ufficialmente sabato viene inteso non come sabato ma come il primo giorno della festa di Pesach; quindi noi dal secondo giorno della festa di Pesach cominciamo a contare, fino a 49 e l'indomani è Shavvuòt.
Ci sono state e ci sono comunità, che, invece, conteggiano diversamente. Per es., per dire una comunità molto antica, quella dei Falashìm, quegli ebrei neri, che erano collocati in Etiopia e ora trasferiti in Israele, che sono rimasti distaccati per secoli dalla tradizione ebraica e hanno celebrato la festa di Shavvuòt conteggiando dall'ultimo giorno di Pesach. Non credo che avessero più torto di noi, perché il testo è ambiguo.
Alcuni poi dicevano che noi dobbiamo fare in modo che la festa di Pesach cominci sempre di sabato e quindi dobbiamo organizzare il calendario in modo che il 15 di Nissàn cada sempre di sabato. Qualcuno ci ha creduto e non è che sia un'idea così tanto peregrina. Le date sono convenzioni, non si può dire che uno ha ragione e l'altro ha torto.
Ormai tutte queste diatribe sono finite e siamo tutti d'accordo nell'interpretare che sabato vuol dire il primo giorno della festa di Pesach, in qualunque giorno della settimana venga.
Per cui Shavvuòt, la festa che dovrebbe ricordare la promulgazione del decalogo, è l'unica festa per la quale non ci vien detta una data precisa e questo in relazione a un altro elemento. Dove sono stati dati i comandamenti? Sul monte Sinài. Dov'è il monte Sinài? Io sfido chiunque a scoprire dov'è il monte Sinài. Il testo biblico è volutamente ambiguo nel dirci dov'era il monte Sinài. L'unica cosa che conosciamo con certezza è che il monte Sinài, su cui è avvenuta la manifestazione di Dio e la promulgazione del decalogo, non è quello che oggi si chiama monte Sinài. Il testo sembra fare apposta a usare un linguaggio astruso e complicato. Questo monte è chiamato monte Sinài, qualche volta deserto del Sinài, qualche volta monte di Dio e qualche volta Horèv. Ma insomma, qual è il suo nome giusto? La mia interpretazione è che questa cosa sia voluta. Il testo biblico, allorché ci suggerisce di celebrare la promulgazione dei comandamenti di Dio, ci vuole tirar fuori da elementi spaziali e temporali. Se noi sapessimo con certezza dov'era il monte Sinài, dove Dio ha dato i comandamenti, vi immaginate il festival che ci sarebbe lì? Il cosiddetto monastero di santa Caterina, sul presunto monte Sinài, è sì ricco di tante belle cose, ma c'è anche molto commercio.
Comunque io credo che il testo biblico voglia dirci che la legge è stata data da qualche parte nel deserto; e il deserto, nell'accezione biblica, non significa le dune, le oasi, il Sahara, ecc. ma deserto significa quel posto che non appartiene a nessuno, un luogo extra-territoriale. Un punto indefinito. La legge è stata data in un giorno sconosciuto. Se lo sapessimo, credo che scatterebbe in noi un meccanismo, per cui daremmo importanza alla Legge in quel giorno, ma negli altri no, o di meno; invece tutti i giorni sono buoni, per studiare, mettere in pratica e dare importanza alla Legge che Dio ci ha consegnato.
Se leggete la descrizione della promulgazione della Legge, il testo dice che il popolo arrivò nel deserto del Sinài nel terzo mese dall'uscita dall'Egitto. Il testo è volutamente ambiguo: "Nel terzo mese dall'uscita dei figli d'Israele dalla terra d'Egitto, in questo giorno giunsero al deserto del Sinài". Avete capito? Il terzo mese, cosa vuol dire? Tre mesi dopo o quello che è il terzo mese? E in questo giorno, cosa vuol dire? Quale giorno? E' come se oggi noi fossimo arrivati al Sinài e avessimo ricevuto la Legge; non è un'anticaglia, che a noi non interessa più. E' per noi, oggi, qui.
Allora il terzo mese cosa vuol dire? Noi diciamo: Nissàn è il mese in cui sono usciti dall'Egitto, il 15 del mese; il secondo mese dall'uscita è il mese successivo che si chiama Iiàr; quindici giorni dopo è già scattata la data ed è cambiato il mese, ma non è passato un mese, ma solo 15 giorni. Dopo Iiàr c'è il mese di Sivàn e siamo nel terzo mese, però non sono passati 90 giorni, ma 30, più 15 di prima e son 45 e una manciata di altri giorni, che forse si avvicinano al 49. Mettendo insieme tutto quanto, si dice: 49 giorni dopo l'uscita dall'Egitto, arrivarono al Sinài.
Poi c'è tutta una lunga descrizione, anche questa volutamente ambigua, che poi sarà ripetuta qualche capitolo più avanti, nella quale ci viene raccontato cosa è successo. Si dice che si accamparono nel deserto e Israele si accampò di fronte al monte. Quale deserto e quale monte? Per adesso non si è parlato del Sinài, ma del deserto del Sinài. Questo lo dico per rendervi edotti di quello che vi dicevo prima, che cioè il monte Sinài che troviamo oggi nelle carte geografiche non è quello su cui Israele ha ricevuto le tavole; qui si presuppone che ci fosse un deserto nel quale la gente si accampa e poi una montagna, grande, piccola, una collina. Se voi guardate una carta geografica dell'attuale monte Sinài, voi vedete che pianure lì intorno non ce ne sono; è una grossa catena montuosa. Possibile che Mosè portasse la gente in mezzo alle montagne? Dopo di che, si dice che Mosè salì verso Dio e Dio l'aveva chiamato dalla montagna dicendo: "Parla così ai figli di Israele". Mosè scende dalla montagna e riferisce tutto quello che Dio gli ha detto di dire, poi risale sulla montagna e finalmente, dopo qualche tempo, finalmente c'è la promulgazione del decalogo. I nostri maestri dicono: Facciamo il conteggio e probabilmente la promulgazione è avvenuta il 6 del mese di Sivàn, che era il terzo mese dall'uscita dall'Egitto, ma non 90 giorni. Tutto questo detto in forma volutamente astrusa. La Torah ci dà dei particolari che a noi non interessano per niente; ad es. al v. 2 si dice: "Erano partiti da Refidìm ed erano arrivati al deserto del Sinài e là si accamparono nel deserto e là Israele si accampò di fronte al monte". Vi dice qualcosa la parola Refidìm? A noi niente. Ci interessa che erano partiti da una località chiamata Refidìm? E qual è il deserto del Sinài? Non è un posto ben determinato.
Tutto questo per dirvi che il giorno della festa di Shavuòt viene lasciato deliberatamente in sospeso; non sappiamo dove e quando sia avvenuto l'episodio che si vuole ricordare in questa festa. L'importante è che oggi i nostri cuori siano aperti all'accoglienza della Torah. Tutti gli oggi sono buoni.

Shavuòt è l'unica festa ebraica importante dove non c'è nessun elemento caratteristico di questa festa. Torno indietro. La Pasqua, ad es., è caratterizzata dall'eliminazione di ogni sostanza lievitante, dal mangiare il pane azzimo, dal celebrare il seder, dalla lettura della haggadà. La festa delle capanne è caratterizzata dal fatto che, nelle nostre case, costruiamo una capanna e ci andiamo ad abitare dentro, dove è possibile. Il capodanno dal suono dello shofàr. Le feste sono caratterizzate da elementi che hanno un valore mnemonico. Shavuòt no; non c'è niente che noi dobbiamo fare per celebrare questa ricorrenza.
Sono nate delle tradizioni, ma assolutamente senza base e diverse da comunità a comunità. Per es., c'è la tradizione che in occasione di Shavuòt non si mangiano cibi a base di carne, ma a base di latte, perché la carne, nella visione antica, era un elemento piccante; i nostri antichi mangiavano la carne con delle spezie. Il latte è più dolce, a sottolineare che la Legge di Dio non è aspra, ma è un qualcosa di dolce.
C'è chi usa adornare la sinagoga con fiori e piante. Un'antica tradizione, senza motivazioni, dice che il monte Sinài, che era arido e brullo, in occasione della promulgazione della Legge si è ricoperto di fiori e piante e perciò anche noi adorniamo le sinagoghe. Ma tutto questo non ha alcun fondamento.
Un'altra tradizione è che la sera in cui ha inizio la festa di Shavuòt non si va a dormire, ma si sta tutta la notte a studiare, soprattutto la Torah. C'è sempre la punta di ironia tipica degli Ebrei. Stando tutta la notte a studiare, noi vorremmo compensare un errore fatto dai nostri padri che erano presenti sul Sinài. In base al fatto che il testo dice che il giorno della promulgazione Mosè svegliò la gente e li fece alzare al mattino presto, dicendo loro: "Oggi comparirà il Signore Dio, che vi darà la Legge". E noi rimaniamo stupiti. Ma come! Li ha svegliati? Gli Ebrei erano consapevoli, da almeno tre giorni prima, che Dio si sarebbe rivelato. Ma come si fa a dormire? Questo non sta in piedi! Se voi sapete che l'indomani vi deve succedere qualcosa di grosso, riuscite a dormire di notte? Con difficoltà, no?! Invece questi nostri padri hanno dormito allegramente; se Mosè non li svegliava, forse dormivano ancora adesso. Per questo noi vegliamo. Tutto questo è congetturale, perché non risulta dal testo. Tutto questo, comunque, è collegamento tra generazioni. Io mi sento, da una parte, portatore di meriti speciali per quelli che sono stati i miei padri; la nostra liturgia comincia proprio così: "Signore Dio, non tener conto di me, ma tieni conto dei miei padri, che sono migliori di me"; dall'altra parte mi sento responsabile per i loro errori. E' tutto concatenato; ognuno di noi è l'anello di una catena, nella quale siamo tutti collegati, e nel bene e nel male.
Al di fuori di queste tradizioni, non c'è assolutamente nulla che caratterizzi questa festa, quasi a sottolineare che non si vuole disperdere l'attenzione su elementi materiali, ma sul significato della normativa data da Dio.
Torno indietro un momento. Tutte le cose che vi dico, le dico perché avrei molto piacere che voi riprendeste il testo e ve lo studiaste con l'ottica vostra e non con la mia; io propongo delle problematiche e voi le approfondite.
Si è detto che tra Pesach e Shavuòt intercorre un tempo di 49 giorni; c'è un grosso problema, irto di difficoltà. Questo noi lo chiamiamo il periodo dell'omer. Omer è una misura di capacità. Il testo dice che si comincia a conteggiare i 49 giorni dal momento in cui, all'indomani del sabato, viene offerto un omer di nuovo prodotto agricolo, in particolare di orzo, che è il primo cereale che matura in Israele. Il secondo giorno di Pesach, il produttore di cereali prendeva un contenitore, che si chiamava omer, corrispondente circa a 5 litri, lo riempiva di orzo nuovo e lo portava in offerta al santuario. E' solo da questo momento che si poteva mangiare il nuovo prodotto. La gente conteggiava così: il primo giorno dell'omer era il giorno in cui si portava l'omer, l'indomani era il  secondo giorno dell'omer, fino al 49° giorno e l'indomani era Shavuòt. Ancora attualmente questi 49 giorni sono connotati da una specie di lutto; in questi 49 giorni, per tradizione, cerchiamo di fare meno feste possibili. Sono giorni infausti, ma non abbiamo le idee chiare sul perché. Le fonti dicono che in questi 49 giorni è successa una grande disgrazia al popolo ebraico. Si dice che rabbì Akivà (II sec. e. v., in periodo di dominazione romana, in una delle tante ribellioni del popolo ebraico, che cercava di recuperare la propria indipendenza) aveva 12.000 coppie di studenti, i quali morirono tutti in questo periodo. Che strano! Intanto perché non dice 24.000? Le versioni sono diverse. Qualcuno dice che morirono a metà del tempo che mancava a Shavuòt. Cos'è successo? Qualcuno dice che si trattasse probabilmente di un'epidemia, che ha colpito soprattutto l'ambiente giovanile.
Ma se risaliamo più indietro, qualcuno dice che il lutto si fa perché in questo periodo il mondo si trova in sofferenza. Cosa vuol dire? Il mondo è in sofferenza perché in questo periodo dell'anno si stabilisce come sarà il prodotto nuovo. Soffiano molti venti impetuosi e possono venire delle piogge inaspettate che possono mettere a repentaglio il raccolto del grano, che sarà fatto a Shavuòt e quello della frutta in autunno. Vi sembra un elemento sufficiente per fare lutto?
C'è un'altra spiegazione. Se voi leggete la storia del diluvio, sembra che il diluvio sia cominciato in questo periodo e allora la connotazione sarebbe diversa. Il mondo, allora, si troverebbe in sofferenza, perché è l'anniversario del diluvio universale; si ricorda tutta l'umanità che è morta e si teme che Dio possa di nuovo mandare il diluvio.
Sta di fatto che non sappiamo bene il perché questo periodo sia considerato un periodo di lutto.
Il 33° giorno interrompe il lutto e si chiama Lag Ba-omer. Lag non vuol dire niente; sono le due lettere dell'alfabeto ebraico, la lamed e la ghimel, che valgono 30 e 3, uguale 33. Per tradizione il lutto viene interrotto in questo giorno; ci si può sposare o fare una festa.
La tradizione vuole che in questo giorno si facciano delle scampagnate e dei pic-nic e delle gare sportive, soprattutto di tiro dell'arco. Nel nostro calendario il Lag Ba-omer corrisponde sempre al 18 del mese di Iiàr, ma non è mai citato così, ma come 33° giorno dell'omer. Tentativo di spiegazione: quando si dice che i 24.000 giovani sono morti, noi diciamo che c'è stata un'epidemia, ma le cose non sono andate così. Siamo nel periodo in cui si è sollevata una grossa ribellione contro la dominazione romana, nel corso della quale sono morti migliaia di giovani in battaglia e sembra che il 33° giorno dell'omer sia stata una giornata di grande vittoria ebraica contro i romani; sembra che gli insorti fossero riusciti a rientrare in Gerusalemme, ad occuparla e a dar vita a una sorta di indipendenza, durata solo alcuni giorni. Sono state trovate anche delle monete, che ricordano questo evento. Per questo consideriamo interruzione del lutto il 33° giorno. Per motivi di censura, quando i romani hanno ripreso il potere, non si poteva dire la verità e così si è inventata la storia dell'epidemia. Per lo stesso motivo non si nominava mai questo giorno come un giorno del calendario, ma solo come 33° dell'omer, perché i romani non risalissero a quell'episodio. E' capitato più volte questo elemento, per confondere l'invasore di turno.
Ultimo elemento è questo. Successivamente, il 33° giorno dell'omer ha assunto anche una connotazione mistica cabalistica. Si dice che questo è il giorno della morte di rabbì Shimòn bar Iochai, che è l'autore dello Zohar, il libro di testo fondamentale della mistica ebraica. Anch'egli apparteneva alla generazione di rabbì Akivà, ed era compromesso nell'organizzazione della rivolta contro i romani. Il Talmud ce lo presenta durante una discussione tra vari saggi, che stanno parlando appunto della dominazione romana; qualcuno diceva che tutto sommato non si stava poi così male, perché la vita media di un ambiente romano era molto più divertente di quella di un ambiente ebraico, più severo e poi loro hanno costruito le strade, ecc. Rabbì Shimòn rispondeva che, sì, davvero i romani hanno fatto le strade, ma per loro uso, per gli spostamenti militari e per fare pagare il pedaggio a noi ebrei. Lo stesso per i mercati; così possono controllare le derrate alimentari, sia dal punto di vista militare, sia per far pagare il dazio. Lo stesso per il circo, i giochi dei gladiatori, fatti per corrompere i costumi degli ebrei. Il fatto che lui dicesse queste cose, lo ha reso noto al governatore romano, che ha deciso di farlo imprigionare; lui si nasconde in una grotta, nella quale miracolosamente Dio ha fatto sgorgare acqua e dove degli uccelli gli portavano delle sostanze vegetali per nutrimento. Qualcuno dice che sia stato lì sei anni, qualcun altro dice 10. Comunque, dopo un lungo periodo, viene avvertito che può uscire, perché nessuno si ricordava più di lui. Si racconta che fu proprio durante il suo soggiorno in questa grotta che egli compose lo Zohar, un testo spaventosamente difficile. La leggenda narra che quando rabbì Shimòn uscì dalla grotta, tutto abbagliato dalla luce, incontra dei contadini che stanno piantando degli alberi e lui li interroga: "A cosa vi servono questi alberi?" e gli dicono: "Per noi e per i nostri figli" e lui: "State perdendo del tempo, perché se Dio vuole, vi mantiene anche senza che voi passiate il tempo a pensare alle vostre necessità materiali; dovete dedicarvi a speculazioni filosofiche". Mentre i contadini lo guardavano esterrefatti, interviene Dio e gli dice: "Shimòn, io ti ho salvato la vita per tutti questi anni; sei venuto fuori per sovvertire il mondo e far sì che la gente non lavori più?". E così lo fa tornare nella grotta, dove è rimasto per un altro lungo periodo di tempo. Uscitone la seconda volta, era rinsavito e aveva compreso che anche l'attività materiale è importante, come la speculazione filosofica; se non c'è farina, non c'è Bibbia.
Poi si racconta che un bel giorno, niente meno che il 33° giorno dell'omer, è morto; e quel giorno lui l'ha considerato come un grande giorno di festa. A differenza di Mosè, che, morto il 7 di Adàr, non ha mai accettato la propria morte, secondo la leggenda. La Scrittura dice che, alla sua morte, Mosè aveva 120 anni ed era ancora nel pieno del suo vigore fisico; quindi quel giorno era giorno di lutto sia per noi, che abbiamo perso Mosè, ma anche per lui, che non avrebbe voluto morire. Forse la cosa riguarda ognuno di noi, penso. Shimòn bar Iochai, invece, tutto preso dalla mistica, considerava il giorno della sua morte come il giorno più bello della sua vita, perché avrebbe visto Dio. Si racconta che questo giorno è considerato dai mistici come giorno di festa, perché noi ci compiacciamo del fatto che lui ha conseguito un traguardo al quale aspirava. E siccome è morto a Meròn, una località della Galilea, c'è la tradizione che molti mistici si recano là il 33° giorno dell'omer e fanno delle grandi feste, che, tra l'altro prevedono che i grandi maestri vadano in pellegrinaggio a questa collina di Meròn, si spoglino dei vestiti e li brucino, perché l'abito è considerato un elemento di vanità. Anche le signore che non riescono ad aver figli, vanno in pellegrinaggio alla tomba di rabbì Shimòn. O anche si portano lì i bambini a tre anni, per tagliare loro i capelli la prima volta, che vengono poi bruciati.
Tutte queste cose non piacciono per niente all'ebraismo ufficiale, alla prassi rabbinica, perché sanno di forme semi-paganeggianti. Per es., bruciare i vestiti, è proibito dalla Torah, perché non si può distruggere qualcosa che può servire; è un attentato contro la natura e la società.
Mettete insieme tutti questi elementi: bruciare i vestiti e i capelli, le gare con l'arco, i falò, ecc. qualcuno dice che si tratta di elementi collegati con la guerra contro i romani. Forse i vestiti richiamano le divise militari, che dovevano essere eliminate oppure significa che i vestiti venivano scambiati, per non farsi riconoscere.
Torno un attimo su Shavuòt. In occasione di questa festa, c'è la tradizione di leggere, o a livello privato o a livello pubblico, il libro di Rut, perché questo libro è ambientato nel periodo della raccolta del grano e anche perché in esso si parla di Rut, una non ebrea, che decide di entrare a far parte del popolo ebraico e quindi di assumere la Legge, per osservarla.
Il nome Rut vale 200+400+6, che fa 606; noi sappiamo che la normativa biblica è costituita da 613 norme. Se mettete la normativa biblica, che lei ha assunto su di sé, più i sette precetti noachici che aveva già da prima, fa 613.
Altro elemento è che, secondo la tradizione, il re Davìd è nato e morto il giorno di Shavuòt. Siccome Rut era la bisnonna di Davide, nel giorno della nascita e della morte di lui, leggiamo la storia della sua bisnonna.


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