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Le genealogie nella Bibbia
                                                      
(Rav  Luciano Meir Caro Ravenna, 22 luglio 2021)


In tutto il testo biblico compaiono molto spesso elenchi di persone delle quali non ce ne importa niente e non sappiamo quasi niente. Lunghi elenchi, che cominciano dal tempo della creazione. Le generazioni che vanno da Adamo fino a Noè, e sono dieci generazioni, teoricamente. E lì una schermata di numeri, di tipi, di persone delle quali si dice che il tale a una certa età generò suo figlio, poi visse un altro certo numero di anni, poi morì. Poi c'è un'altra serie di dieci generazioni, da Noè ad Abramo.
In questi giorni stavo leggendo un passo provocatorio, preso dal libro di Samuele, in cui si sta parlando della vita di Davide, questo personaggio straordinario. Il secondo libro di Samuele, al capitolo 23, a un certo momento dice: Questi sono i nomi dei prodi che appartenevano a Davide e arriva a fare il nome di un certo Is-Baal (v. 8), che era capo dei tre e che rimase famoso per aver ucciso trecento uomini in una sola volta. Vi dice qualche cosa sta roba? Io cerco di interpretare: questo tale, capo di un terzetto di prodi, in una sola volta fa ottocento cadaveri. Quindi uno che ha ammazzato ottocento persone sarebbe un prode, il prode di Davide?
E il testo prosegue: Dopo di lui venne Elazàr figlio di Dodì, figlio di Achokì che era con i tre prodi, che erano insieme a David quando combatterono contro i Filistei e si erano radunati per fare la guerra e gli uomini di Israele salirono contro di lui.
Dopo di lui, c'era Shammà figlio di Aghé, l’Ararita, che potremmo tradurre con il montagnolo. Successe che i Filistei si erano radunati e ci fu un settore del campo pieno di lenticchie e il popolo era fuggito a causa dei Filistei. Avete capito qualcosa? Vedete, che cosa particolare?! Viene registrato un episodio di guerra, avvenuto in un campo di lenticchie, ma in mezzo a tutta questa elencazione di nomi. Che fra l’altro, è ripetuta quasi con le stesse parole, ma con dei piccoli particolari diversi, nel libro delle Cronache.
Sapete che il libro delle Cronache è l'ultimo libro della Bibbia ebraica, e anche lì c'è un racconto molto rapido di quanto era stato raccontato nei libri precedenti con delle varianti e come cercando di raccontare la storia di Davide addolcendo determinate azioni che lui aveva fatto.
Bene, e a un certo momento si dice una frase stranissima, parlando di un tale con un nome strambo: Elkanàn, figlio di Iair, uomo di Betlemme, che uccise Lacmì, fratello di Golia, che aveva una lancia lunga come lo strumento dei tessitori (1 Cronache 20, 5). Qui c'è un tale assolutamente sconosciuto a noi che aveva a che fare con il fratello di Golia, il gigante affrontato da Davide.
Ma cos'è sta roba qua? Cosa ci vuole insegnare? Ecco, probabilmente erano tradizioni molto antiche che circolavano in mezzo al popolo ebraico e chi la raccontava, era certo che il suo uditorio sapeva di chi  si stava parlando. Noi che siamo molto lontani ne capiamo meno!
E voglio arrivare a questa conclusione: che i libri biblici non sono libri di storia, ma sono libri, attraverso cui l’autore vuole insegnarci qualcosa. Chi volesse imparare la storia, non deve pensare di poterlo fare sui libri della Bibbia!  
Gli Autori biblici, che erano forse più saggi di noi, si erano resi conto che raccontare una storia non si può. Perché noi non sappiamo come sono andate veramente le cose. Noi sappiamole versioni che ci vengono proposte, ma cosa sia successo davvero, non possiamo saperlo!
Faccio un esempio. Se non sappiamo come siano andate veramente le cose ad Ustica, quando fu abbattuto l’aereo, e si tratta di un episodio accaduto una trentina di anni fa, come possiamo sapere cosa è successo millenni fa?
Quindi, ripeto, gli Autori del testo biblico sono molto intelligenti, perché spesso ci danno due o anche tre versioni dello stesso episodio, in modo che ci poniamo delle domande.
Tutto quello che vi sto dicendo è una introduzione, perché poi volevo che l'approfondissimo in un altro momento.
Ma ora procediamo.
Nel quarto libro della Torà, i Numeri, si parla del popolo ebraico nel trentottesimo anno dall'uscita dall'Egitto e da quel momento gli israeliti entrano in contatto e in contrasto con determinate popolazioni, come gli Idumei, una popolazione che derivava da Esaù. Esaù, se vi ricordate, era il fratello di Giacobbe.
Quindi, Mosè manda una delegazione agli Idumei chiedendo di poter attraversare il loro territorio per giungere alla terra promessa, che Dio ha destinato per loro. Mosè immaginava che avrebbero trovato piena accoglienza e invece gli Idumei rispondono negativamente, non una, bensì due volte! Anche quando Mosè offre un eventuale risarcimento per qualsiasi danno, loro rimangono chiusi e non permettono il passaggio.  
Quindi il popolo decide di passare dal territorio di Moabiti e Ammoniti, che abitavano in quella terra che oggi si chiama Transgiordania, o meglio la Giordania. Terra occupata da queste popolazioni, tanto è vero che la capitale della Giordania si chiama Amman, che è lo stesso che Ammon. Chi era questo Ammon? Ammon era il figlio di Lot, Lot nipote di Abramo. Ma anche in questo caso il passaggio viene negato. Quindi si apre una guerra e, con la conquista del loro territorio, e si presenta, per la prima volta nella storia, il problema dei territori occupati. C'è stata una guerra, han perso la guerra, abbiamo occupato dei territori, cosa ne facciamo
di questi territori?  E qui discussioni durate centinaia di anni.
Bene, questa è la storia come vien raccontata negli ultimi capitoli del libro dei Numeri. Ma apriamo il libro del Deuteronomio, il quinto libro, e troviamo il discorso di addio di Mosè, che sta per morire. Infatti, in ebraico, il libro si chiama Devarìm, ossia le parole. Vi ricordate che all’inizio della storia di Mosè, quando Dio gli parla per inviarlo in Egitto da faraone, lui risponde: Io non sono un uomo di parole, non son capace di parlare! Beh!, proprio lui che dice questo di sé, scrive l’intero libro del Deuteronomio, che raccoglie tutte le parole che ha detto in questo lunghissimo discorso. Qualcuno dice scherzosamente che poi Mosè aveva  sì  imparato a parlare!  
Insomma, fra le altre cose, anche qui viene raccontato l’episodio dello scontro di Israele con gli Idumei, ma qui viene detto che Dio ha ordinato al popolo di non toccare quel territorio nel modo più assoluto, perché Lui lo ha dato in possesso agli Idumei.
Il libro dei Numeri dice che Israele non poté passare, per via del rifiuto, mentre il Deuteronomio dice che non poté passare perché Dio glielo impedì. Quindi, cos'è successo? Perché deuteronomio racconta diversamente? Forse son passati degli anni da quando è successo, oppure perché magari gli screzi son stati superati e quindi sembrava meglio non raccontare le cose negative, per non suscitare dei rancori sopiti?
Ecco, quindi, la stessa cosa riguarda tutte queste elencazioni di nomi.
Tutte queste elencazioni che noi troviamo sono fondate per dimostrare qualche cosa, ma io non so cosa!
Vorrei, comunque, che lo leggeste voi qualcuno di questi passi e ci metteste un po' di attenzione!
Forse vogliono dimostrare che in qualche modo siamo tutti fratelli e deriviamo tutti da Abramo, da Noè, scampato al disastro del diluvio, e prima ancora da Adamo?! Se è così, allora siamo tutti figli di un'unica persona! E quindi, che ci piaccia o non ci piaccia, siamo fratelli! E questo viene dimostrato attraverso delle lunghe elencazioni di nomi, che ci mettono davanti questa e quell’altra persona, uno figlio dell’altro, o forse figlio di un altro ancora, senza troppa precisione per quello che ha fatto o non ha fatto. Magari si parla di gente che si è fatta la guerra, ma che erano imparentati fra loro e quindi, in ogni caso, non erano marziani, ma mentre leggi, tu stai parlando di qualcuno che fa parte della tua famiglia originaria. Ecco, credo che possa essere questo.
Passo a un altro particolare.
Nel libro dei Numeri, il quarto della Bibbia, all’inizio c'è una lunga descrizione di come dovevano essere schierati gli ebrei durante il viaggio nel deserto. C'è una lunga descrizione, tribù per tribù, cioè una serie di famiglie, ognuna delle quali erano schierate in modo preciso, dovevano essere accampate in posti ben determinati. Ogni volta che si partiva, ogni volta che si arrivava, ci si doveva muovere schierati secondo gruppi familiari. Quindi, da una parte c'è il popolo ebraico nel suo insieme, che vive sotto l'ombrello della legge divina con dei comandi divini e dall'altra parte ci sono i singoli, che vogliono mantenere la loro identità, la loro individualità. Quindi viene fuori tra gli ebrei, come anche fra tutti gli altri popoli, quello spirito di particolarismo: Io faccio parte del popolo ebraico, io faccio parte della tribù di Ruben, io faccio parte di quella particolare famiglia, ecc. Lo diciamo anche noi italiani: ah, quello lì viene da Napoli, è un napoletano, è un sudista ecc. ecc. In Piemonte dicono: quello lì viene da Cuneo, un cretino qualsiasi! Insomma, è chiaro: sono tutte sciocchezze che noi diciamo!  
La Bibbia comunque ci fa capire che ci sono i singoli nuclei, ognuno dei quali deve mantenere la propria identità, perché non siamo tutti uguali. Tanto è vero che dice: questi che erano schierati durante i quarant'anni nel deserto, dovevano accamparsi ognuno sotto la propria bandiera. E' richiesta questa attenzione al fatto che tu fai parte di una certa famiglia e questa famiglia fa parte di una certa etnia e questa etnia fa parte dell'umanità.
Vi do un altro esempio, che prendo dal libro dell'Esodo, quando si parla dell'uscita degli ebrei dall'Egitto.
Gli ebrei sono schiavizzati, resi schiavi da Faraone, costretti a fare lavori servili, una serie di provvedimenti uno peggio dell'altro, fino a che Faraone decide di fare ammazzare tutti i maschi degli ebrei. Si rivolge
alle levatrici e dice: Voi quando siete chiamate ad assistere a un parto di un'ebrea, guardate cosa sta nascendo in quel momento, se è un maschio buttatelo nel Nilo e se è una femmina lasciatela vivere.
Ma queste levatrici, non si sa bene se erano ebree o egiziane, ma certamente erano intelligenti, tanto è vero che sono considerate con grande nobiltà, riescono a non mettere in pratica l'ordine di Faraone sul piano formale.
Faraone le manda a chiamare e dice: Come mai non avete fatto il vostro lavoro e avete disobbedito a un decreto reale di Faraone? E loro rispondono dicendo che al loro arrivo presso la donna partoriente, questa ha già partorito da sé e magari ha anche già nascosto il bambino. A questo punto è costretto a cambiare la legge e decreta che tutti i funzionari egiziani sono tenuti eliminare i figli maschi ebrei. In mezzo a tutta questa faccenda, ecco che il libro dell’Esodo ci racconta della nascita di Mosè. Ma c’è una particolarità! Solo dopo molti capitoli, quando Mosè è già tornato in Egitto per presentarsi a faraone e liberare il popolo e quando ormai sono avvenute le dieci piaghe e il popolo sta uscendo dal paese, il testo precisa che Mosè era figlio di un tale chiamato Amram e di una signora che si chiamava Iochebed e aveva un fratello che era chiamato Aronne e una sorella che era chiamata Miriam. Tutto questo non ci viene detto subito, ma solo in un secondo momento. E perché questo? Nel secondo capitolo dell’Esodo per ben tre volte ci viene ripetuto che quel Mosè e quell’Aronne sono coloro che hanno portato avanti le trattative per far uscire gli ebrei dalla schiavitù d'Egitto. Questa insistenza forse vuole dirci che non bisogna glorificare o divinizzare la figura di Mosè o di Aronne; in fondo non erano altro che figli del tale, figli di quell'altro. Cioè erano semplicemente persone umane e non, come avviene in alcune culture, che quando qualcuno fa qualcosa di importante, viene poi identificato come figlio degli dei, come un personaggio straordinario. E questo poi Mosè l'ha capito bene! Infatti è andato a morire in un posto che fosse sconosciuto a tutti. Nessuno sa dov'è stato sepolto, proprio perché forse la gente non andasse a venerare la sua salma.
Quindi queste elencazioni potrebbero avere il senso di insegnarci qualche cosa che riguarda noi. Noi dobbiamo tener conto della nostra identità personale, familiare ed etnica, ma anche del fatto che facciamo parte di un qualcosa di globale.
Mi soffermo un attimo anche sul libro della Genesi, dove troviamo una serie di capitoli che parla del contrasto tra Giacobbe ed Esaù. Vi ricordate? I due hanno cominciato a litigare fin dentro la pancia della madre. La madre non poteva avere figli, ma a un certo punto resta incinta e sente delle partite di pugilato dentro la sua pancia. E a Dio chiede: Ma cosa mi sta succedendo? Non aveva esperienza di gravidanze!
Dio le risponde adombrandole già la storia di conflitti che caratterizzerà la vita di quei due figli: nel tuo ventre ci sono due nazioni, due popoli i quali saranno in conflitto tra loro e il più grande servirà il più giovane. Ma anche nel raccontare questa lunga storia, la Bibbia ci offre, alla fine, un lungo capitolo che riguarda la discendenza di Esaù, una lunga elencazione e ci dice chi era la madre, come si chiamava, quanti anni è vissuta, eccetera, eccetera, con dei nomi che non ci dicono niente. Ma a un certo punto, ecco, compare il nome di un tale, un certo Anat, della discendenza di Esaù, riguardo al quale il testo sacro specifica che trovò gli yemìm nel deserto, mentre pascolava gli asini di suo padre. La parola yemìm in ebraico non esiste e non sappiamo cosa vuol dire veramente e perciò viene interpretato in vari modi. C'è chi lo fa derivare dalla parola yam che vuol dire mare, raccolta d'acqua, lago, specchio d'acqua. Quindi qualcuno dice che questo Anat era ricordato perché ha trovato nel deserto delle fonti d'acqua, delle raccolte d'acqua, mentre stava pascolando gli asini di suo padre. Forse aveva sviluppato l’abilità del rabdomante e per questo viene ricordato. Un'altra interpretazione fa derivare la parola yemìm da un'altra radice, che può voler dire terrore. Cioè questo Anat avrebbe trovato nel deserto delle cose che terrorizzavano; qualcuno dice che avesse fatto accoppiare animali di diverse specie, da cui poi nascevano esseri terribili. Insomma, una specie di scienziato di biogenetica! Ma sono solo supposizioni! Qualcuno, riferendosi a questo carattere di terrore, dice che questo personaggio ha fatto qualcosa che non doveva fare; ha fatto nascere degli esseri nuovi, prima sconosciuti, davanti ai quali si prova terrore. Questo in senso negativo, come a dire che lui si è permesso di manipolare la materia, cosa che non spettava a lui di fare!
Quindi ci domandiamo: perché la Bibbia ci dice queste cose che non riusciamo a capire?
Un altro esempio. Prendete i primi capitoli là dove si parla dei discendenti dei primi uomini, tra Adamo e Noè, quando si parla di Matusalemme e dei suoi avi. A un certo momento c'è una elencazione di nomi, vengono citati personaggi dei quali non sappiamo niente; a un certo punto si parla di un certo Chanoch, cioè  Enoc. Mentre di tutti gli altri nell'elenco si dice quanti anni vissero, di lui si dice che mise al mondo dei figli poi: enennu, tradotto: non c'è più. E non c'è più perché Dio lo prese con sé. Non dice è morto, come tutti gli altri, che sono morti! Anche qui, cosa ci vuole insegnare la Bibbia?
In ebraico Chanoch fa venire in mente una radice che potrebbe voler dire inaugurare. Inaugurare forse, ma non se ne ricava niente. Forse voleva dirci che non è morto nel suo letto, e a un certo momento è sparito? Oppure vuol dire qualche altra cosa. Ma perché lo dice? Forse per stimolare la nostra fantasia di cercare nel
testo biblico tutti i riferimenti. Attenzione: non trovare la soluzione, ma la strada per trovare delle possibili soluzioni! E’ sempre così! Rimaniamo dunque aperti, per tornare ancora su questo argomento!

Trascrizione da registrazione a cura di Pier Luigi Felletti e sr. Anastasua

 
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