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Attività

Leggere il Vangelo di Matteo come testo giudaico del Secondo Tempio
(Prof. Gabriele Boccaccini)
(il testo non è stato rivisto dall'autore)


Terzo giorno  Terza lezione

[manca l'inizio della lezione]…Perlomeno aiutare le persone con disagio a superare i momenti difficili senza interferire più di tanto sulle persone che, invece, in quel momento, hanno i mezzi per sopravvivere.
In fondo è quello che viene indicato anche nel miracolo della cosiddetta moltiplicazione dei pani, quando poi tutto comincia con un bambino che dice: Io ho questo e questo, e comincia a condividerlo con gli altri. E alla fine naturalmente si scopre che queste persone che non avevano niente da mangiare ed erano in questo luogo isolato, condividendo quello che avevano in tasca, probabilmente avevano più che a sufficienza per sfamarsi.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani è una bella storia essena della pratica della condivisione, che viene presentata come un miracolo. Perché in fondo è un miracolo che persone povere riescano a sfamarsi, però è un miracolo che deriva dall'iniziativa del condividere. In fondo, basta che tiriamo fuori ciò che abbiamo in un dato momento e magari scopriamo che tutti insieme abbiamo anche più di quanto ci è necessario in quel momento.
La comunità essena, poi, si caratterizza per alcune particolari norme di purità famigliare, o sessuali anche, lo dicevo l'altro giorno. Gli esseni ritengono che fino ai trent'anni la persona debba sviluppare i propri doveri famigliari, dopodiché dopo i trent'anni possa vivere una situazione religiosa più intensa che deriva dalla dedicazione della loro vita al Signore.
Giuseppe Flavio e Filone ci danno delle descrizioni estremamente dettagliate della vita degli esseni, dei rituali di iniziazione, del fatto che esistevano anche diversi ordini di esseni, nel senso che esistevano degli ordini maschili, femminili o sposati. Non sto parlando dei dossettiani, sto parlando di un'altra cosa, anche se con qualcuno in questi giorni scherzavo e dicevo: l'impressione che ho è che siete molto esseni. E in effetti la comunità essena aveva lo stesso tipo di struttura. Esisteva il gruppo maschile, esisteva il gruppo femminile ed esistevano gli esseni sposati. E questi tre gruppi erano in relazione fra di loro.
Il momento centrale del culto per gli esseni è il pasto in comune. Avevano le preghiere in comune - anche questa non è una novità della tradizione, anche monastica - avevano un ciclo di preghiere in comune, che facevano al mattino, poi a mezzo del giorno e alla sera, e culminavano con un pasto comunitario, al quale erano ammessi soltanto i membri della comunità essena. Ed era un pasto speciale perché gli esseni si vestivano con una tunica bianca a indicare la loro purità e la loro somiglianza con gli angeli. E poi si riunivano nel refettorio, dove cantavano inni al Signore, e condividevano il pasto, nella loro visione, in comunione con gli angeli.
Già da queste brevi indicazioni avrete capito i tanti punti di contatto tra l'esperienza essena e l'esperienza cristiana, e soprattutto con l'esperienza descritta nel Vangelo di Matteo. Che, come vi ho detto prima, non possiamo considerarlo il più ebraico dei Vangeli, perché tutti i testi cristiani sono ebraici - questo è il punto. Tutti i testi del Nuovo Testamento sono espressione di una componente, di un gruppo della tradizione ebraica, della religione ebraica. Però io credo che dire, per es., che il Vangelo di Matteo è il più esseno fra i documenti del Nuovo Testamento, e anche la lettera di Giacomo, sono tra i documenti più esseni del Nuovo Testamento, questo ha una certa misura di verità.
Le altre caratteristiche sono che gli esseni, rispetto agli altri gruppi, hanno un diverso approccio alle Scritture. Questo ce lo dice soprattutto Giuseppe Flavio. Giuseppe Flavio dice che i sadducei riconoscevano come centro della Scrittura soltanto la legge di Mosè, cioè il Pentateuco - e in effetti nel Pentateuco non c'è la resurrezione, non  ci sono gli elementi che troviamo nella tradizione farisaica.
Mentre i farisei consideravano la legge e i profeti come ugualmente importanti, più la tradizione dei Padri. Quindi, diciamo, i farisei aggiungevano alla Scrittura, al Pentateuco la tradizione profetica e la legge dei Padri, le tradizione dei Padri, che verranno poi codificate nei tempi successivi nella Mishnà e nel Talmud, cioè quella che noi chiameremmo la tradizione, gli insegnamenti del loro gruppo, l'interpretazione. La storia interpretativa del testo per i farisei era una storia importante quanto la Scrittura, o perlomeno da considerarsi in misura uguale della Scrittura. Secondo la loro visione Dio parlava loro non soltanto attraverso gli scritti di Mosè, ma anche attraverso i secoli di interpretazione della legge mosaica, generazione dopo generazione.
Giuseppe Flavio ci dice che invece gli esseni avevano una letteratura che era propria soltanto del gruppo. Cioè oltre alla Torah, oltre ai profeti e agli scritti di quella che noi oggi consideriamo la Bibbia ebraica, che in realtà è il canone farisaico - non è la Bibbia ebraica, la Bibbia degli ebrei dopo il 70, che si forma in parallelo a quella cristiana, con il canone sostanzialmente dei farisei, dei rabbini - hanno una letteratura più vasta, che contiene 70 (un numero simbolico) libri segreti. Libri segreti che venivano commentati, discussi, conosciuti dagli esseni, ma che non erano rivelati nella loro interezza perché erano considerati testi che potevano essere rivelati soltanto, o che sarebbero stati rivelati nella loro interezza soltanto alla fine dei tempi.
Se voi ricordate la fine del libro di Daniele, libro apocalittico, anche lì c'è scritto che questo testo sarà rivelato soltanto alla fine dei tempi. Perché a Daniele viene chiesto di sigillare questa rivelazione per leggerla soltanto alla fine dei tempi, e questo è invece un testo che è un po' rivelato per sbaglio perché per l'autore di Daniele si era già alla fine dei tempi durante la rivolta maccabaica. E quindi questo testo entrò in circolazione, diciamo così. Però vedete che il testo apocalittico è un testo scritto per i sapienti, per il gruppo degli eletti. Però è un testo che sarà rivelato al mondo soltanto alla fine dei tempi.
Tra questi testi - lo sappiamo da Qumran - c'erano anche i testi di Enoch, c'erano i testi dei Giubilei, c'erano commentari alla Scrittura, commentari interpretativi. Cioè c'era tutta una letteratura che faceva parte dell'insegnamento degli esseni, e, guarda caso, sembra anche che quel tipo di letteratura fosse molto famigliare ai primi cristiani e a Gesù, e che non a caso non citano mai questi testi, perché era proibito citarli, mentre ne alludono.
Molti mi chiedono: perché il libro di Enoch, che lei dice che è così importante nella tradizione cristiana, non è mai citato - con una sola eccezione nella lettera di Giuda - nel Nuovo Testamento? Perché questi testi non potevano essere citati. Perché erano testi considerati testi segreti, testi nascosti. Che erano parte della educazione, della predicazione, ma non erano citati, perché erano anticipazioni del mondo a venire. Soltanto alla fine dei tempi si pensava che questi testi sarebbero stati rivelati nella loro interezza.
Questo spiega perché ancora oggi noi ci troviamo in questa situazione, come studiosi, che, per es., leggendo il Vangelo di Matteo, leggendo i sinottici in generale, ci domandiamo come sia possibile a qualcuno aver scritto questi testi senza conoscere la letteratura di Enoch - non è possibile, questi la conoscevano - e perché non l'hanno citata. Non l'hanno citata perché questa letteratura era e doveva rimanere una letteratura segreta. L'unica eccezione è la lettera di Giuda, che, molto probabilmente, è uno scritto che era più interno, non rivolto all'esterno. Quindi può citare. Infatti, poi, quando parti della lettera di Giuda vengono rielaborate in uno scritto "ad extra", per l'esterno, nella seconda lettera di Pietro, guarda caso, il libro di Enoch non è più citato. Quindi, diciamo, c'è una citazione "ad intra", ma non una citazione "ad extra".
Perché il Vangelo di Matteo è un Vangelo fortemente essenico? Perché il Vangelo di Matteo, prima di tutto, già nella sua impostazione generale, è un Vangelo che tende a sottolineare la figura di Gesù secondo il figlio dell'uomo, secondo, anche - ve l'ho detto l'altra volta - secondo la figura di Melchisedek, specialmente nei racconti dell'infanzia, che sono elementi propriamente della tradizione apocalittica e anche essenica.
Un altro elemento è l'insistenza sulla figura di Mosè. Nella tradizione essenica si combinano strettamente gli elementi apocalittici con la centralità della legge mosaica, e quindi con l'accentuazione della figura di Mosè. Non a caso, lo sapete bene, questa è la prima cosa che viene detta a chiunque comincia a leggere il Vangelo di Matteo: uno degli interessi fondamentali del Vangelo di Matteo è quello di presentare Gesù come il nuovo Mosè, fin dall'inizio.
All'inizio, leggendo il racconto dell'infanzia, Gesù ripete nella sua vita l'esperienza di Mosè: il re cattivo che vuole ammazzare i primogeniti ebrei, e lui invece viene salvato miracolosamente, e poi dall'Egitto viene richiamato, e arriva per rivelare la nuova legge. Infatti viene detto, poi, esplicitamente: dall'Egitto ho chiamato mio figlio. Erode prende il posto del faraone, la strage degli innocenti è la strage del faraone dei primogeniti… Quindi tutta questa serie di allusioni permettono di preparare il lettore a questa idea di Gesù come il nuovo Mosè che viene dall'Egitto.
La costruzione del discorso della montagna. Voi sapete, nel Pentateuco c'è un discorso fondamentale di Mosè più altri cinque discorsi secondari. Si può trovare la stessa struttura nel Vangelo di Matteo, quindi ricalca esattamente la struttura del Pentateuco. Il discorso è fatto dalla montagna. Molto probabilmente è semplicemente una espansione di un passo di Marco, dove si parlava di Gesù che raduna le folle. A questo punto Matteo costruisce un discorso che poi è fatto da un collage.
Questo lo vedete chiaramente quando leggete il discorso della montagna. È un collage di piccoli interventi, di parole di Gesù, radunate insieme a formare un discorso ampio. Queste stesse parole le trovate negli altri Vangeli in altri contesti. Quindi, come vedete, potevano anche essere scambiate di posizione senza troppi problemi.
Il discorso della montagna, voi lo sapete molto bene che nella tradizione di Luca diventa, invece, un discorso del piano, della pianura. Esiste questo discorso, ma viene fatto su una pianura, su un terreno pianeggiante. Anche questa è una geografia teologica. Gesù in Matteo ripete l'esperienza di Mosé, quindi ripete una gerarchia in cui il popolo di Israele è al centro rispetto alle genti. Mentre invece Luca mette una  pianura perché su una pianura si sta tutti allo stesso livello. Naturalmente è una pianura immaginaria, dove addirittura siamo ai confini con il mondo dei gentili, e quindi Gesù parla al mondo, non parla a Israele. Mentre nel Vangelo di Matteo c'è questa centralità.
Naturalmente questo fatto dell'importanza di Mosè e della legge, che è tipico dell'elemento esseno, la ritroviamo molto forte, anche nel modo con cui l'ordine degli eventi viene cambiato rispetto al Vangelo di Marco. Il Vangelo di Marco comincia subito con le guarigioni di Gesù e la rivelazione di Gesù come figlio dell'uomo, invece il Vangelo di Matteo fa precedere tutto questo dal sermone del monte e dalla rivelazione della nuova legge.
Sono moltissimi gli aspetti che legano la tradizione cristiana a quella essenica. Tanti sono stati messi in evidenza anche da studiosi contemporanei, soprattutto in epoca recente, dopo la scoperta dei manoscritti di Qumran, dove si è conosciuta meglio la teologia e le pratiche religiose degli esseni.
Forse l'elemento che ha colto di più l'immaginazione collettiva è stata la scoperta del calendario degli esseni. Gli esseni usavano un calendario diverso da quello usato nel tempio. Molto probabilmente questo calendario solare - vi risparmio i dettagli, ma è un calendario fantastico, perché è un calendario in cui il numero di giorni dell'anno è sempre uguale a se stesso, il numero di settimane è uguale in ogni stagione, ha come punti di riferimento i solstizi e gli equinozi, l'anno è diviso esattamente in quattro parti fatte di un numero di settimane identico, 13 settimane in ogni stagione.
Questo vuol dire che tutte le feste cadono sempre lo stesso giorno della settimana: grandissima cosa, perché non c'è mai conflitto fra il sabato e le feste. Voi sapete che uno dei grandi problemi della tradizione rabbinica è il conflitto tra il sabato e le feste, cosa che succede, per es., quando la Pasqua cade in giorno di sabato, quando alcune delle altre feste principali ebraiche, Yom Kippur…, cadono in giorno di sabato, quindi c'è un accavallarsi delle feste.
Il calendario solare è un calendario meraviglioso, da questo punto di vista, perché le feste cadono sempre lo stesso giorno della settimana, non c'è mai nessuna interferenza, risponde sempre a una ripetizione ciclica e continua, senza mutamenti.
La tradizione rabbinica normalmente presenta il calendario solare degli esseni come una novità essenica. In realtà è il contrario. Gli esseni usano l'antico calendario del secondo tempio, che è stato cambiato in epoca maccabaica. Quindi è con i Maccabei che il calendario solare che viene usato al tempio viene cambiato nel calendario lunare.
Il calendario ebraico che oggi è quello che era in uso al tempio al tempo, di Gesù, e che noi oggi chiamiamo calendario ebraico, in realtà è il calendario greco, ellenistico. Questa è una delle ironie della storia. I Maccabei combattono contro i greci e poi cambiano il calendario nel tempio adottando il calendario greco. Se volete sapere come funzionava il calendario degli antichi greci in epoca ellenistica prendete il calendario ebraico di oggi.
Il calendario ebraico è un bellissimo calendario greco, che si basa sui cicli della luna, e quindi sul ritmo lunare, e aggiunge il mese addizionale ogni volta che nel calendario torna indietro la luna da un calendario di 354 giorni, rispetto ai 365 e 1/4 del calendario astronomico. Quindi ogni tanto, attraverso l'osservazione degli astri e della luna ci si rende conto che il calendario è retrocesso di un mese, allora si aggiunge un mese addizionale, e così si può ripartire un'altra volta con il secondo mese di Adar. È un calendario anche questo molto funzionale, perché può basarsi sull'osservazione, ma, certo, il calendario sacerdotale, quello solare, aveva dei grossi vantaggi, soprattutto era un calendario sabbatico, basato sui sette giorni della settimana.
Naturalmente quale sarà stato il primo giorno della settimana? Qual è il primo giorno della settimana secondo il calendario sabbatico, che è basato sul racconto della creazione? Non comincia di domenica. Il primo giorno dell'anno non è il primo giorno della settimana. Il calendario quando comincia? Quando nella creazione comincia il tempo? Quando vengono creati gli astri, quindi mercoledì. Il tempo comincia quando il sole e la luna vengono creati, e vengono creati anche gli astri. Quindi quando si può cominciare a calcolare il tempo. Il tempo inizia in quel giorno. Infatti il primo giorno dell'anno è sempre lo stesso giorno della settimana. Non è il primo giorno della settimana, ma è sempre mercoledì.
Naturalmente il calendario sabbatico, il calendario solare è di 360 giorni più quattro giorni che sono gli equinozi e i solstizi, 364 giorni. L'insieme di 364 giorni è divisibile per 7, è divisibile per 4 (stagioni). Vi risparmio tutti i calcoli, fateli a casa vostra. È un calendario perfetto. Naturalmente è un pochino più corto di quello astronomico, che è 365 giorni e 1/4. Gli antichi ebrei lo sapevano benissimo, quindi c'era un giorno e un pezzettino che rimaneva un po' indietro ogni settimana. Però bastava aggiungere di tanto in tanto una settimana, e così ci si riequilibrava sulla base della corrispondenza con gli equinozi e i solstizi. Naturalmente non posso aggiungere un giorno, altrimenti si sfasa tutto, però posso aggiungere una settimana, e così rimetto in sesto il calendario.
Qualche studioso, credo con qualche ragione, dice che questo, probabilmente era il significato del giubileo. Perché è difficile pensare che il giubileo fosse un anno che si aggiungeva all'anno sabbatico, due anni di completo… Molti pensano che il famoso giubileo era in realtà un periodo di una settimana che veniva aggiunto di tanto in tanto, probabilmente nel momento di Yom Kippur, dove il tempo si fermava per un certo periodo finché non ripartiva daccapo.
Guardate, in questo calendario c'è una perfetta corrispondenza tra il tempo, il luogo e lo spazio, e le persone. Lo Yom Kippur nel calendario sacerdotale, nel calendario sabbatico, è il giorno in cui tutto si riequilibra. Perché la persona più santa della terra, il sommo sacerdote, entra nel luogo più santo della terra esattamente nel tempo più santo della terra. Ed è tutto basato sul 7, perché, se voi fate un po' di calcoli, è il perfetto momento. Allora in quel momento lì veniva riequilibrato, anche l'entrata del sommo sacerdote nel tempio segnava proprio il riequilibrio dello spazio fra tempo e cielo. Quindi è molto probabile che venisse aggiunto durante quel periodo, cosicché lo Yom Kippur segnava questo nuovo equilibrio, questo riaggiustamento cronologico.
Perché questo discorso è importante? Cambiare il calendario, sapete benissimo nei rapporti con il mondo ortodosso, oggi, significa per es., che non si può celebrare la festa nello stesso giorno, significa che il giorno che per me è Pasqua per te è un giorno come tutti gli altri, e viceversa.
Allora cosa succede? Essendoci poi i sacrifici gli esseni costituivano queste comunità separate dove potevano continuare a celebrare le feste secondo il loro calendario, mentre nel tempio le stesse feste venivano celebrate secondo un calendario diverso. Questa è una tesi che Annie Jobert, una grande studiosa francese, ha portato avanti, già negli anni cinquanta. È una grandissima intuizione basata proprio sull'esame di alcuni manoscritti di Qumran. E lei per la prima  volta ha dato una spiegazione logica anche a quello che è uno dei grossi problemi della critica neotestamentaria che riguarda la data della Pasqua e della passione di Gesù.
Voi sapete che c'è un conflitto insanabile, è inutile girarci intorno, tra la cronologia dei sinottici e la cronologia di Giovanni. Perché nella cronologia di Giovanni Gesù muore alla vigilia della Pasqua, cioè nel momento in cui gli agnelli vengono sacrificati, e Giovanni, anzi, insiste con gran forza, attraverso il dettaglio che ai condannati vengono spezzate le gambe, mentre a Gesù non vengono spezzate le gambe, perché all'agnello sacrificale non devono essere spezzate le gambe, ecc.
Quindi nella sua equiparazione a Gesù come nuovo agnello pasquale lui proprio insiste sul fatto che Gesù è morto nel momento in cui gli agnelli pasquali venivano sacrificati nel tempio. Mentre invece nei sinottici abbiamo una situazione in cui Gesù celebra la Pasqua. Dopodiché viene arrestato. Quindi la cronologia implicherebbe che Gesù è morto dopo la celebrazione della Pasqua, e non alla vigilia della celebrazione della Pasqua.
Annie Jobert per la prima volta si rese conto che le due cose potevano non essere in contraddizione. Perché noi sappiamo da Giuseppe Flavio che gli esseni aggiravano, diciamo così, la differenza di calendario, tra il calendario del tempio e il loro calendario, andando a sacrificare gli animali nel momento in cui per loro dovevano essere sacrificati secondo le feste. Questo nessuno poteva impedirlo. Ripeto, ognuno era libero di andare ad offrire un sacrificio nel tempio, a compiere sacrifici nel tempio quando voleva. Gli esseni potevano benissimo radunarsi nel tempio in un giorno che per tutti gli altri era un giorno comune, e celebrare quella che per loro era la festa. Quindi è quello che facevano. Questo poi voleva dire che poi nelle loro case loro celebrassero la Pasqua, consumassero l'agnello nel momento stabilito.
Quindi l'ipotesi di Annie Jobert era esattamente che Gesù entra a Gerusalemme, celebra la Pasqua secondo il calendario degli esseni, quindi consuma l'agnello pasquale in quello che a tutti gli effetti è un banchetto pasquale. Dopodiché muore il giorno prima di quello in cui la Pasqua veniva celebrata ufficialmente nel tempio. Torna tutto dal punto di vista cronologico. Però questo, naturalmente, presuppone che Gesù abbia o avesse avuto delle forti connessioni con il mondo essenico, tanto da celebrare la Pasqua secondo il calendario essenico.
Ci sono studiosi a Gerusalemme che insistono anche su alcune coincidenze della tradizione cristiana, per es., sul fatto che il luogo dove tradizionalmente si colloca il Cenacolo - ora se voi andate al Cenacolo è una cosa crociata, nulla a che fare - però i luoghi dove la tradizione cristiana colloca l'Ultima Cena sono i luoghi dove sorgeva il quartiere esseno. Voi sapete che sono state trovate anche le fondamenta della porta degli esseni, sono oggi nel giardino del monastero armeno.
Oggi sono fuori della mura di Gerusalemme dal lato della cittadella di Davide. Però allora erano parte delle antiche mura di Gerusalemme, ed erano proprio in quella zona in cui gli esseni avevano stabilito il loro quartiere, così che fosse vicino al tempio e al tempo stesso avesse una uscita dalla città che fosse immediatamente fuori delle mura.
Perché anche gli esseni avevano delle norme di purità un po' particolari. Per es., dovevano costruire le loro latrine fuori delle porte della città, e quindi dovevano avere un accesso immediato dal quartiere all'esterno. Perché per ragioni di purità non volevano contaminare il loro quartiere con i loro bisogni fisici. Quindi avevano costruito delle grandi latrine pubbliche fuori della porta. Voi sapete, il bagno in casa non esisteva, in ogni caso bisognava costruire dei bagni pubblici, e questi erano costruiti dagli esseni fuori della porta.
Ci sono quindi, come vedete, molte coincidenze. Ne posso dire anche qualcun'altra. Una coincidenza che mi ha sempre colpito è, per es., la modalità con cui i Vangeli descrivono la morte di Gesù, la sepoltura di Gesù. Gli esseni si distinguevano dagli altri ebrei anche per il modo con cui seppellivano i loro morti. Recentemente, una decina di anni fa, fu trovato fuori da Gerusalemme il cimitero esseno di Gerusalemme. Come si fa a dire che è esseno? Abbiamo un cimitero a Qumran e abbiamo un cimitero a Gerusalemme.
La caratteristica è che mentre nella tradizione farisaica e sadducea le tombe erano tombe famigliari - certo, per chi se lo poteva permettere - dove un gruppo famigliare allargato aveva una tomba unica, che consisteva di una camera e una serie di nicchie dove venivano posti gli ossuari dei defunti. Però nella camera vi era un luogo dove il morto o i morti della stessa famiglia venivano collocati a decomporsi.
Quindi praticamente un unico ambiente - pensate anche alla resurrezione di Lazzaro - dove il morto era collocato. E poi, passato del tempo si decomponeva e le ossa venivano chiuse in un piccolo ossuario - ne abbiamo ritrovati migliaia a Gerusalemme - dove le ossa venivano contenute, e collocati nelle pareti o in altre cavità di servizio, dove veniva scritto il nome della persona, delle volte. O, se la persona era importante, l'ossuario era decorato, ecc.
Gli esseni no. Ricordate, gli esseni avevano leggi di purità molto strette. Come pensavano che il corpo, le funzioni corporali potessero contaminare l'ambiente in cui vivevano, così pensavano che la sepoltura dovesse essere individuale. Quindi gli esseni seppellivano ogni persona in una fossa separata. Qualche volta, in alcuni casi, ponendo anche membri di una famiglia nella stessa fossa, ma in ogni caso non una fossa che veniva riutilizzata più di una volta. Perché la presenza del cadavere contaminava.
Mi ha sempre molto incuriosito non tanto il fatto che si dice che Giuseppe d'Arimatea pagasse una cifra a Ponzio Pilato per poter prendere il corpo di Gesù, e Giuseppe di Arimatea non era esseno. La tipologia della tomba che ci viene descritta è una tipologia famigliare. Giuseppe d'Arimatea ha costruito una tomba per sé e per la propria famiglia. Però ci viene detto che questa tomba non era mai stata usata prima.
Perché viene detto che non era mai stata usata prima? Questa è una preoccupazione di tipo essenico. Perché se Gesù fosse stato collocato in una tomba già usata si sarebbe contaminato il suo corpo, cioè non avrebbe ricevuto una sepoltura degna. Mentre invece l'Evangelista vuole dire ai suoi lettori, indipendentemente dal fatto che sia un fatto storico o no, che Gesù ha avuto una sepoltura che è corrispondente a quelli che sono i criteri di purità esseni. Sì, non era una tomba individuale, era una tomba famigliare, perché Giuseppe d'Arimatea era una persona dei farisei, quindi aveva una tomba famigliare. Ma nonostante questo Gesù è collocato in una tomba mai usata prima, e quindi è come se fosse stato collocato in una tomba individuale. Questo è un particolare molto interessante che riguarda [la sepoltura di Gesù].
Ovviamente esistono molti altri particolari che sono molto importanti riguardo alle connessioni con gli esseni, soprattutto il fatto che tutti i Vangeli e gli Atti degli Apostoli poi descrivono la vita della prima comunità cristiana essenzialmente come una comunità strutturata su principi essenici: condivisione dei beni, pasto in comune, comunanza con il resto della popolazione, ma anche momenti in cui la comunità si ritrova sola in senso identitario.
Finisco dicendo che il Vangelo di Matteo ha anche una sua specificità, essenza, specificatamente nel momento in cui nel discorso della montagna si definisce quell'"in più" di cui parlavo stamani. Ricordate, vi dicevo, la tradizione del Vangelo di Matteo cerca in qualche maniera di dire: non siamo contrari alla tradizione farisaica, perché noi facciamo tutto quello che è previsto nella legge, però facciamo anche qualcosa in più.
E nel discorso della montagna, per es., si comincia a dire che non soltanto chi ha commesso adulterio ha peccato, ma anche chi ha pensato di farlo ha già peccato nel suo cuore. Questo tipo di insistenza più su ciò che si è che su ciò che si fa è tipico del movimento esseno. C'è un bellissimo documento che si chiama Il Testamento dei Dodici Patriarchi, che è un testo, poi, esseno, che verrà rielaborato in ambito cristiano, dove si parla della vita dei dodici Patriarchi. E questa vita è descritta in termini essenici. Queste persone vivono la loro vita, poi si convertono, si danno alla vita religiosa. E nel Testamento dei Dodici Patriarchi si parla molto del fatto che ciò che più conta non è il fare o non fare le norme della legge, ma conta più ciò che si è. Perché ciò che si fa dipende da ciò che si è.
Il Testamento dei Dodici Patriarchi poi lo spiega in termini essenici, con l'idea che nell'animo di un individuo ci sono spiriti buoni e spiriti cattivi, e che quindi il maligno ha la possibilità di entrare direttamente nell'animo umano, e di conquistare a sé la maggioranza di questi spiriti che esistono all'interno di un individuo. In pratica l'idea è che c'è una specie di conflitto interiore tra bene e male in cui il male può prevalere, perché ha un accesso diretto all'animo umano attraverso il desiderio. Quindi il desiderare la roba altrui o il desiderare la donna d'altri o il già commettere un peccato nel proprio pensiero è testimonianza che il male è già entrato nell'animo umano.
E gli esseni si pongono il problema di come fare a evitare che il maligno entri nell'animo umano. E qui ringrazio il mio amico che mi ha riempito il bicchiere perché mi dà un esempio molto semplice, di quel che gli esseni dicevano: quando il bicchiere è pieno non ci può entrare nient'altro. Allora se si riempie il cuore con l'amore, e il cuore è indiviso, allora il male non può entrare.
Quando anche nei Vangeli si legge: Amare Dio con tutto il vostro cuore, con tutta la vostra mente, quel tutto in ambito essenico veniva riletto come "con l'interezza, l'integrità" del vostro cuore. Perché se il vostro cuore è diviso vuol dire che il male è già entrato dentro di voi. Se il vostro cuore non è riempito dell'amore, ma c'è qualcos'altro, il desiderio, la cattiveria è già entrata nel vostro cuore, non amate Dio con l'interezza del vostro cuore, perché il satana è duplicità, è divisione. Ogni volta che voi trovate nel vostro animo un'espressione di divisione vuol dire che il male è penetrato dentro di voi. Così non dovrebbe essere.
Questa immagine è, nel Vangelo di Matteo, ripetuta continuamente: il tema dell'integrità del cuore, non potete servire a due padroni, o amerete l'uno o amerete l'altro, non c'è posto per un duplice amore. O amate Dio o amate il mondo. C'è questa idea dell'amore. Per questo c'è questa insistenza nei testi evangelici, in Matteo in particolare, sul comandamento dell'amore, che è la somma di tutti i comandamenti, il culmine di tutti i comandamenti. Perché nel momento in cui si ama Dio con tutto il cuore e il prossimo come te stesso, allora non c'è posto per la divisione, e non c'è posto per l'ingresso del male. Quindi questo ideale morale della integrità.
Quindi il problema non è cosa fare o cosa non fare, ma cosa essere o cosa non essere. Il problema è essere buoni. Altrimenti, dicono i Testamenti dei Patriarchi, se voi siete cattivi interiormente il maligno riesce anche a trasformare le vostre opere di bene in male. Quindi non è nel vedere in una discussione astratta su ciò che devo fare che risiede la bontà. Ciò che invece conta è su ciò che si è, e su come il nostro cuore si rapporta a Dio e al nostro prossimo. Se il nostro animo, se il nostro desiderio, se i nostri pensieri sono interamente rivolti a Dio e al nostro prossimo, e non c'è spazio per niente altro, allora il nostro animo è indiviso, e le nostre opere non possono essere che buone. Le opere sono una conseguenza di ciò che è, di ciò che siamo. Non è che noi siamo buoni perché compiamo cose buone, compiamo cose buone perché siamo buoni. Questa era l'accentuazione degli esseni. Ciò che facciamo dipende da ciò che si è. Non è che noi diventiamo buoni facendo cose buone.
Questo, per es., è un discorso che viene ripreso anche nella lettera di Giacomo, quando Giacomo dice: Prendete la vostra bocca. Dalla vostra bocca escono parole cattive e parole buone, esce la benedizione di Dio ed esce la maledizione per gli uomini. Così non sia, perché da una sorgente non possono uscire acqua salata e acqua dolce. Dalla lingua viene fuori ciò che è dentro. Se dentro di voi siete buoni dalla vostra bocca verranno fuori soltanto cose buone. Se dalla vostra bocca vengono fuori cose buone e cose cattive vuol dire che il vostro animo è diviso.
Questa è una tipicissima forma di predicazione essenica, di spiritualità essenica, che noi ritroviamo nel Vangelo di Matteo, ritroviamo nel Testamento dei Dodici Patriarchi, ritroviamo nella lettera di Giacomo. È questa accentuazione di moralità, che poi viene ripresa nel Nuovo Testamento attraverso il primato dell'amore e l'accentuazione sull'amore come elemento riassuntivo. Perché è in quel momento che veramente si decide la sorte dell'individuo.
Io termino qui perché voglio lasciare spazio completo alle domande. Quello che voglio dirvi come pensiero finale è questo. Ricordatevi, io avevo cominciato proprio con la domanda se il Vangelo di Matteo sia un testo ebraico o cristiano. Sono stato subito preceduto. Ora spero abbiate una idea chiara del perché è un testo ebraico e cristiano. È un testo ebraico perché parte del dibattito ebraico del I secolo, è un testo cristiano perché è un testo che esprime l'identità del movimento gesuano. Al tempo stesso, quindi, è un testo che si colloca come una delle voci in dialogo con altre voci, al tempo stesso è un testo che anche all'interno del cristianesimo nascente si pone con una sua accentuazione particolare, proprio per una sua vicinanza più stretta ad alcune correnti rispetto ad altre.
Quindi non dobbiamo parlare del testo del Vangelo di Matteo come un testo più ebraico di altri. Paolo non è meno ebraico del Vangelo di Matteo. Possiamo discutere se il Vangelo di Matteo è più vicino a certe esigenze dell'essenismo di quanto non lo siano altri Vangeli. Possiamo discutere se il Vangelo di Matteo sia più sensibile a certe esigenze del farisaismo rispetto ad altri Vangeli.
Per es., il Vangelo di Luca è più vicino alla spiritualità e alla sensibilità del giudaismo ellenistico di quanto lo sia il Vangelo di Matteo, che invece è un testo più vicino alla spiritualità degli esseni, ed anche in certa misura più attento a includere alcuni aspetti della spiritualità farisaica soprattutto nel tentativo di affermare che la spiritualità gesuana non è qualcosa che si opponga necessariamente alla posizione farisaica, ma è qualcosa che formalmente non trasgredisce nemmeno uno iota della legge, ma naturalmente ne dà una interpretazione, un di più. Perché l'obbedienza, di per sé, alla legge non conta, in realtà conta ciò che si è. E quindi conta anche il modo con cui l'uomo si pone di fronte alla legge divina. E questo è un richiamo che, ripeto, è strettamente legato alla tradizione essenica.
Quindi il mio invito è questo. Ripeto, per molto tempo noi abbiamo letto il cristianesimo come se non appartenesse al mondo giudaico, cioè come se il cristianesimo si stesse emancipando dal mondo giudaico. Quindi ogni cosa che i cristiani dicevano fosse un passo che li allontanava dall'ebraismo. Ecco, questa non è la situazione. Ciò che i primi cristiani fanno è di dare una loro interpretazione.
Anche Paolo, per es., quando dice nella lettera ai Galati: io ho considerato tutto quello che facevo prima come spazzatura, non vuol dire che lui considerasse l'ebraismo spazzatura. Lui dice: ho considerato il modo che avevo avuto di interpretare l'ebraismo come qualcosa che non funziona più.
Ma questo è un discorso che qualsiasi cristiano ad un certo punto della sua vita può fare quando dice: io finora mi sono comportato da cristiano a questa maniera, ora mi sono avvicinato a un movimento che mi ha fatto capire che invece c'è un modo più autentico di vivere il cristianesimo, un modo che per me è più autentico di cristianesimo. E quindi io considero il mio modo precedente come sbagliato. Benissimo. Non è che con questo io mi sono convertito da una religione a un'altra, o ho rigettato la religione cristiana. Mi sono soltanto avvicinato a un modo diverso di intenderla.
Quindi il Vangelo di Matteo è un Vangelo che al tempo stesso si colloca all'interno di una discussione ebraica del suo tempo, presentando un modo di interpretare l'ebraismo, che naturalmente è un modo diverso da altri. Così come il fariseo si presenta con un suo modo di interpretare la stessa tradizione, ma con un afflato diverso.
Al tempo stesso bisogna tenere presente quello che dicevo prima, che c'è una certa differenza fra il Vangelo di Matteo e l'esperienza di Gesù. Il Vangelo di Matteo è già una interpretazione dell'esperienza di Gesù, altri cristiani danno una interpretazione diversa. E quindi il Vangelo di Matteo gioca anche un ruolo controverso all'interno del mondo cristiano del I secolo, nel quale esprime una sensibilità che è diversa dalla sensibilità del Vangelo di Luca, o è diversa dalle lettere di Paolo. Ma con questo sempre all'interno di un dibattito che interessa la comunità cristiana.
Finisco ripetendo una immagine che a me piace molto. Vi ricordate, vi dicevo: dobbiamo tornare a considerare ebraismo di oggi e cristianesimo di oggi come due fratelli che dalla stessa tradizione, dallo stesso otre vecchio traggono cose nuove, in un modo o nell'altro. E che quindi il nostro ideale dovrebbe essere, in rapporto anche ai problemi cristiani, quello di riconoscersi come fratelli, come persone che sono impegnate, pur con tutte le contraddizioni e i contrasti.
Essere cristiani non vuol dire che ci piace necessariamente tutto quello che altri cristiani fanno. A me, nonostante la mia bontà, non mi sono tanto simpatici alcuni gruppi cristiani che conosco. Ne chiedo perdono di fronte a Dio, ma proprio non ce la faccio. E non è che mi sia simpatico tutto quello che fanno tutti gli ebrei di questo mondo. Cioè bisogna mantenere anche un pochino il senso delle proporzioni. Quando si parla di cristianesimo e di ebraismo si parla in termini generali. Però credo che sia importante riconoscere che ebraismo e cristianesimo sono, presi in termini generali, due tentativi onesti di cercare Dio all'interno della stessa tradizione, e di trovarne alcuni segni, alcuni elementi, pur in una prospettiva diversa.
In fondo nessuno di noi conosce Dio completamente. Quindi alla fine dei tempi ci riconcilieremo e conosceremo tutta la verità. Nel frattempo forse sarebbe bello che ci sforzassimo di riconoscerci gli uni con gli altri come fratelli impegnati, su strade diverse, ma impegnati nella stessa ricerca, con la stessa onestà.
E come diceva il mio amico Alan Zigal, rabbino, nel suo libro I Fratelli di Rebecca: in fondo anche nella Bibbia si parla di due fratelli gemelli che si sono presi a calci fin dal ventre della madre, e poi hanno combattuto per tutta la vita per affermare chi dei due era il primogenito. E addirittura quando si incontravano mettevano i figlioli dietro per paura che fosse un tranello, tanto erano sospettosi l'uno con l'altro. Ma poi alla fine, nella Bibbia, si incontrano e si riconciliano proprio nella memoria dei genitori scomparsi.
Forse questa è una bella immagine tra ebrei e cristiani, e non solo, forse, tra ebrei e cristiani, anche fra diversi gruppi cristiani e diversi gruppi ebraici, di una possibile strada di riconciliazione.
Con questo vi ringrazio e sono a disposizione delle vostre domande.


 
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